11/02/09

Cambio di programma

Ho deciso di spostarmi qui, per una serie di motivi, non secondario il fatto che serviva un progetto nuovo per (ri)trovare le motivazioni perdute, non secondario il fatto che ogni progetto ha una data di scadenza e questo blog è giunto al termine, anche se non so bene di cosa.
Spero che abbia lasciato qualcosa, se no fa niente.
Chi mi ama mi segua, in sostanza.

25/01/09

Milk (Gus Van Sant)


«Sono Harvey Milk e voglio reclutarvi tutti. »
La questione urgente che solleva Milk, come ci suggerisce lo stesso Harvey Milk (o meglio il suo fantasma), è decisamente universale. Questione che riguarda l' “apparire”.
La maschera come artefatto viene utilizzata per nascondere qualcosa agli altri a livello fisico (“fuori”), la maschera che invece portiamo virtualmente (virtualmente perché è nel contatto con gli altri che la attuiamo, fino a quel momento resta invece “potenziale”) serve a coprire qualcosa di più profondo, qualcosa che abbiamo “dentro” e non vogliamo far emergere. Harvey Milk, ad un certo punto del film, chiede ai componenti del movimento gay di sbarazzarsi del secondo tipo di maschera, di mostrarsi per quello che sono. Sono le cose che non mostriamo agli altri a fare paura davvero (così come una scena violenta lasciata fuori campo è generalmente più angosciante, proprio perché possiamo “immaginare” quello che è nascosto, che non sta nel quadro) perché nascondere significa avere un buon motivo per tenersi dentro qualcosa agli occhi degli altri. Se hai qualcosa da nascondere l'accettazione diventa quasi impensabile. Il mondo evolve sempre più verso la falsa condivisione, che è più opportuno chiamare ostentazione. Se non ostenti hai qualcosa da nascondere e quindi fai paura.
Apparire nel caso di Harvey Milk, personaggio pubblico, comporta un saper curare la propria immagine o, meglio ancora, un saperla vendere agli altri (e un saper pilotare/reclutare gli altri). Allora anche Milk è una maschera, un'immagine di speranza dietro la quale trovare riparo. Un'immagine che si dissolve dietro una finestra, perché apparire, uscire allo scoperto significa attirare su di sé il mirino dei cecchini.
Il cinema di Van Sant segue il procedimento della rivelazione (osservo e porto alla luce un fantasma), che è un tipo di osservazione diversa da quella dei suoi ultimi lavori (che prevevano anche la “contemplazione” della visione). Questo non significa che Van Sant si sia messo da parte, come temevamo, per lasciare spazio ai personaggi (il film non si riduce a Harvey Milk ma è sicuramente poliedrico) e per fare un cinema più narrativo (ma sarebbe meglio dire prosastico). Il discorso sull'immagine è anche un discorso “con” l'immagine, basti vedere la bellissima inquadratura del riflesso di un fischietto (lo stesso fischietto che è anche un po' il simbolo del movimento, perché ricorda tutte le botte prese dai poliziotti e in certo senso dunque tutte le discriminazioni) o quella che segue alle spalle Josh Brolin, elephantiana, quanto il delirio esplode o la fotografia quasi “scarnificante”.
Un biopic complesso dunque, qualcuno ha tirato in ballo Milos Forman e effettivamente c'è un legame con il bellissimo Man on the Moon. SPOILER (a rigore) Sempre riguardo le apparizioni. Nella chiesa in cui ha luogo la scena finale (il funerale) di Man on the Moon vi è uno schermo, Andy Kaufman intrattiene i presenti, per l'ultima volta. C'è uno schermo in più, che non è una seconda bara, ma un "ritorno del morto" nell'immagine. Quello schermo in più è l'ultima burla di Kaufman, lo spazio in cui la [nuova] vita cinematografica prende forma. Una vita dietro due schermi, il primo è l'apparenza (nuovamente “apparizioni”), l'illusione [o la burla] che ci offre il cinema il secondo è quello della realtà che ci dice che Andy Kaufman è morto nonostante l'illusione di averlo ancora lì (c'è solo uno schermo “in più” per arrivare al protagonista, in fondo). Allo stesso modo l'immagine di Harvey Milk sopravvive dopo la sua morte, e trentamile persone armate di lume danno la caccia al fantasma, alla sua capacità di dare speranza, (quella di Andy Kaufman era di divertire, ma fondamentalmente il discorso non cambia) e inseguono quell'illusione che sia ancora vivo. In entrambi i casi il cinema ci mostra come l'immagine che una persona crea di sé vada sempre oltre la persona stessa. FINE SPOILER
Un Van Sant incisivo, supportato da un ottimo cast e soprattutto dal sempre grande Sean Penn, per un grande (e importante) film che riesce a scuotere (cosa che non bisogna mai sottovalutare).

21/01/09

W. (Oliver Stone)



Il salto non solamente alfabetico da (George) W. (Bush) a (Barack) H. (Obama) è roba destinata a lasciare il segno. La “W.” di Oliver Stone probabilmente no. Con ogni ragionevole probabilità questo film non passerà agli annali della storia del cinema. Salvo improbabili errori di battitura del titolo, o errori di valutazione da parte di chi sta scrivendo questo post (evento sempre più plausibile, visto l’invecchiamento organico galoppante). Atteso come l’ennesimo violento atto d’accusa da parte del “cazzuto” Oliver Stone contro uno dei più odiati presidenti degli Stati Uniti della storia, trasmesso non senza una certa enfasi in prima visione televisiva su “La7” lunedì scorso saltando il passaggio nelle sale, salutato da molti come capolavoro ancora prima che ne venisse saggiato con mano l’effettivo valore, il film di Stone si è rivelato a conti fatti un buco nell’acqua o quasi. Messo da parte per una volta il suo vigoroso (e spessissimo fastidioso) “testosteronismo” espressivo, Oliver Stone ha imbastito, nella cornice chiaramente televisiva di questo diligente biopic, la Storia di una dinastia di potenti, e le vicende che hanno portato ben tre membri di questa famiglia a ricoprire alcuni dei ruoli istituzionali più importanti negli States. Quello che sembra mancare a Stone è però il senso della misura: se la maggior parte dei suoi ultimi film si poteva collocare su registri di notevole e frastornante esagitazione psicomotoria, in questo film domina in assoluto un senso quasi tangibile di “calma piatta”. Il filo della narrazione si trascina planus per la quasi totalità del film al chiuso delle stanze del potere, e la valutazione relativa all’intero apparato artistico, vista la regia senza slanci, si può in fin dei conti ridurre a quella delle interpretazioni e degli esercizi di mimetismo del cast (meritevoli di menzione soprattutto un ottimo Richard Dreyfuss nel ruolo del “falco” Dick Cheney e James Cromwell in quello del vecchio Bush padre). Se comunque si vuole riconoscere un qualche merito “ideologico” al film di Stone questo starebbe forse soprattutto nell'avere in un certo senso restituito una dimensione di maggiore complessità storica della controversa Era Bush. Stone si è in buona parte sottratto all’uso sistematico della facile demagogia anti-Bush e ha mirato anche a mettere in luce il ruolo decisivo di alcuni altri importantissimi personaggi dell’entourage del presidente in alcune fasi calde del suo mandato: Cheney (vero campione di cinismo, costretto per un atroce scherzo del destino ad uscire di scena ieri pomeriggio dal Campidoglio su una sedia a rotelle), Rumsfeld (oscuro manovratore dei servizi segreti, che rivestì un ruolo pare essenziale nella gestione scellerata della questione “armi di distruzione di massa in Iraq”) e Powell (piegato alle logiche di una guerra che non condivideva ma che finì per sottoscrivere in virtù di una alleanza politica che non fu in grado di mettere in discussione fino in fondo) su tutti. Efficace la scena in cui George W. chiama al telefono i vari capi di stato mondiali per “invitarli” a partecipare alla guerra in Iraq, come se si trattasse di una partita di calcetto. Interessante anche il finale en plain air nel bel mezzo di un campo da baseball deserto, quasi una silly simphony, grottesco e amaro ritratto degli 8 anni che l’America ieri pomeriggio ha scelto di mettersi alle spalle.

26/12/08

Classificone 2008

1 Il divo - Paolo Sorrentino

Cinema che ha gettato il calibro nella spazzatura: il mondo si sta trasformando in spettacolo e merita un cineasta spettacolare.
Audiovi(deo)visezione del potere.






2 Il petroliere - Paul Thomas Anderson
Esagerato, spaccone e decisamente troppo perfetto. Silenziosamente rumorosa e sottilmente sovversiva nascita di una nazione imbevuta di petrolio.
Mi redimo e torno (immediatamente) a farmi battezzare alla chiesa Andersoniana.
E P. T. Anderson urla: «sono io la terza rivelazione!».



3 Wall-E - Andrew Stanton
Nostalgicamente futuristico cinema di poesia. Coraggioso e romantico capolavoro della Pixar.
Una stupefacente danza nello spazio che rapisce occhi e cuore.






4 I padroni della notte - James Gray
Film orgogliosamente demodé che mette sul tavolo operatorio linguaggi arrugginiti e fuori dal tempo.
Lezione di regia del grande Gray, una scazzottata tra celluloide e spettatore.
Il cinema indispensabile che bisognerebbe tornare a fare.




5 Gomorra - Matteo Garrone
Il mondo agisce e ruba al cinema ma il cinema contrattacca e si riprende tutto, fino all'ultima goccia.
Spazio scenico (che vediamo) e reale (che viviamo) sono in continuum.





6 Into the wild - Sean Penn
La riflessione più profonda dell'anno. Alex Supertramp lancia uno sguardo esplicito in macchina: girarsi altrove è meschino.
Imperfetto, difettoso eppure così sentimentale e travolgente.
La felicità è un'illusione ma allora, a questo punto, è meglio condividere la propria illusione con gli altri.



7 Cloverfield - Matt Reeves
La macchina da presa è un mezzo carnivoro. Se il mostro ripreso è grosso il mezzo riprendente è un mostro ancora più grosso.
La macchina da presa, ancora, è un organo esosomatico.
Un reportage postmoderno scaricato direttamente da youtube.
Apocalisse a portata di handycam.


8 Changeling - Clint Eastwood
Un dolly verso il basso e già ci immergiamo in un mondo che non sembra nemmeno essere cinematografico. Gli operatori dovrebbero entrare in campo per darci una prova di finzione.
Una magnifica regia a misura d'uomo.
Tutte le storie e tutti i personaggi hanno la stessa dignità.



9 Non è un paese per vecchi - Coen brothers
Ennesimo grande film dei fratelli Coen, Chigurhgico.
Lo spettatore anziano si alza dalla poltroncina sentenziando «troppa violenza!», quello giovane ne vorrebbe di più. Non è un paese, punto.
Il grande merito del film è anche il suo più grande limite: l'attestato di fiducia nei confronti del verbo McCarthiano.


10 Gone baby gone - Ben Affleck
Plongée e controplongée: guardiamo il mondo dall'alto ma poi dobbiamo scendere e lasciarci giudicare a nostra volta.
La fiducia è lo scoglio al quale aggrapparsi.
Ben Affleck è il terzo segreto di Fatima.





11 Sweeney Todd - Tim Burton
Devastazione sistematica del (pre)concetto di genere.

12 Il cavaliere oscuro - Christopher Nolan
Il caos è equo.

13 Be kind rewind - Michel Gondry
Meraviglioso inno al cinema fatto con il cuore. La perla del 2008.

14 Lo scafandro e la farfalla - Julian Schnabel
Una soggettiva di un occhio cucito e un fiume di lacrime che non accenna a fermarsi.

15 Alexandra - Alexsandr Sokurov
Sokurov più che decidere cosa inquadrare sceglie sapientemente cosa va lasciato fuori campo.

16 Onora il padre e la madre - Sidney Lumet

Film umanissimo, fisico e sinestetico di D.J. Lumet.

17 Persepolis - Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
Integrità, integrità, integrità!

18 Racconto di Natale - Arnaud Desplechin
Interdisciplinare sperimentazione di forme non narrative e narrazioni in varie forme.

19 Il treno per il Darjeeling - Wes Anderson
Una lunga carrellata al ralenti nell'universo wesandersoniano.

20 Vicky Cristina Barcelona - Woody Allen
Una lezione di leggerezza. La leggerezza va conquistata sul campo.

14/12/08

Encounters at the end of the world (Werner Herzog)


L'IGNOTO GHIACCIO PROFONDO

Ad un certo punto, in quest'ultimo (sublime) documetario di Herzog, un pinguino decide inspiegabilmente di abbandonare i suoi simili ed ogni forma di sicurezza per dirigersi verso le montagne dell'Antartico, compiendo un pellegrinaggio verso la morte. Tutto il film di Herzog è lì, nel percorso di quel pinguino che fugge dalla nostra ossessione di riempire gli spazi bianchi sulla cartina della conoscenza. C'è sempre qualcosa che sfugge, qualcosa di folle e inafferrabile che penetra nel campo visivo senza tracciare una rotta precisa. Queste sono le cose che ci preoccupano, ci destabilizzano, ci tolgono il suolo da sotto le scarpe, questa è la materia sfuggente che racconta Herzog. Lo scarto tra visione e comprensione c'è ed è ancora netto, e quello scarto si chiama stupore, l'emozione incancellabile che provoca l'esplorazione del mondo, di noi stessi dentro quel mondo, della devastante forza della natura (riproducibile ma non provocabile). Appoggiare l'orecchio sul ghiaccio e contemplare il suono prodotto dalle foche e poi lanciare nello stesso deserto di ghiaccio il suono di una chitarra elettrica. Chissà cosa sentono le foche, mi chiedo io.
Un viaggio nel ghiaccio che è la naturale prosecuzione di quello nell'aria de il diamante bianco, un viaggio nei sogni di esploratori che sfidano la natura per saperle rendere omaggio, contrariamente a quanto fanno i recordman che piegano la natura grazie a nuovi strumenti/conoscenze perché il loro nome finisca su un libro. L'essenza della scoperta/stupore non si trova là, nello sfidare la natura come Golem, ma nel restituire il fuoco (o il ghiaccio) agli dei, invertire per qualche secondo l'azione di Prometeo. Oppure, come dice Herzog, cancellare qualche zona dalla cartina e lasciarla bianca. La cima dell'Everest, per esempio.
Anche un viaggio sotto il ghiaccio, con le stupende riprese subacquee di Henry Kaiser (già autore delle stesse riprese nell' ignoto spazio profondo), una serie di incontri ravvicinati del terzo tipo con un mondo alieno in miniatura. Forme di vita assolutamente nuove e sconcertanti si fanno strada nell'almanacco della nostre esperienze, ed è soprattutto l'inesauribile voglia di raccontarle (così come quando parliamo di un film che abbiamo amato) a rendere questi esploratori dell'Antartico dei generatori in continua di emozioni. Queste inquadrature ci ricordano che il cinema è una costante immersione, una perpetua plongèe sugli abissi dello spazio esplorabile.
Nel parlare della natura e della necessaria regressione che occorre per registrarne il fascino Herzog usa la sua voce per narrare, ma è una narrazione in senso tecnico perché il bavarese si sottrae al campo solo in apparenza: è lui l'affascinato esploratore che viene inquadrato, è lui una di quelle persone che comprendosi il capo cercano di orientarsi per simulare la bufera. Herzog ha soltanto deciso di utilizzare, come mezzo di scoperta, non la tecnologia, la filosofia o l'occhio umano ma un mezzo "per esprimersi" in cui queste tre cose si mescolano fino a diventare indistinguibili: il cinema.

Una curiosità: il film è dedicato al (grande) critico americano Roger Ebert.

09/12/08

Galantuomini (Edoardo Winspeare)



Doverosa premessa: chi scrive questo post si aspettava molto dal ritorno sugli schermi di un film di Edoardo Winspeare. Moltissimo. Forse troppo. Senza sapere che in agguato, in una gelida serata di inizio Dicembre, c’era una delle più solenni delusioni di tutta la stagione cinematografica. Winspeare veniva da soli 3 precedenti lungometraggi, belli e interessanti, molto diluiti nel tempo. I primi due “Pizzicata” (1996) e “Sangue vivo” (2000), ottimi esempi di cinema “radicato” nella cultura e nei colori salentini, e il terzo, “Il miracolo” (2003), piccolo film, diverso e coraggioso. Se questo suo quarto lavoro (dopo la bellezza di 5 anni di pausa) doveva servire a corroborare le speranze (illusioni?) riposte in Winspeare e nel nascente cinema pugliese dei Piva e dei Rubini c’è, in realtà, ben poco da stare allegri. Pochissime le cose buone contenute in questo “Galantuomini”. Forse soltanto la protagonista (la brava Donatella Finocchiaro) e quanto ruota intorno al suo innovativo personaggio di donna coinvolta nella malavita organizzata salentina. Spiace moltissimo dirlo, ma tutto il resto in questa specie di “Gomorra” in chiave leccese lascia a desiderare in modo piuttosto palese. Trama già vista e scontata (con tanto di storia d’amore tra giudice e indagata), protagonisti maschili fuori contesto (insopportabili tanto Fabrizio Gifuni, espressivo e carismatico come un palo della luce, quanto Beppe Fiorello, macchiettistico bozzetto siculo-salentino di cui non si avvertiva la necessità), personaggi inconsistenti e, quello che più dispiace, regia assolutamente piatta e convenzionale se si esclude un flashback iniziale un pochino più interessante. Messa in scena in sostanza blandamente “televisiva”, nella più deleteria accezione del termine. Il film è stato prodotto da mamma Rai e la cosa può aver determinato più di una ricaduta nefasta in termini di casting e su alcune scelte artistiche. Questo tuttavia, a mio modo di vedere, non assolve per nulla il regista dalle sue responsabilità. Pesanti anche da un punto di vista oggettivo: il film conosce moltissimi momenti di stanca e tra l’altro non valorizza affatto quanto di buono ha a sua disposizione. A cominciare dagli attori (dell’ottimo e autoctono Lamberto Probo si sarebbe potuto fare il protagonista del film) e dalla ricerca musicale degli Officina Zoe per finire proprio con quel ricchissimo patrimonio di storia, cultura e suggestioni che al Salento (e allo stesso Winspeare) appartiene e che, purtroppo, sembra smarrirsi per strada. Insieme al senso generale dell’operazione. Dolorosamente insufficiente.

07/12/08

La felicità porta fortuna (Mike Leigh)

Per Poppy (una Sally Hawkins strepitosa), la protagonista del film, la felicità non è un qualcosa da conquistare ma un substrato sul quale costruire la propria vita. Per questo ci appare un personaggio anomalo e fuori dal mondo: sorride ed è felice anche quando non sembrerebbe necessario. Ma è lei che "non va" o il mondo che la circonda? Perché bisogna essere contenti della propria vita solo quando questa, apparentemente, ci premia? In realtà ogni istante in cui viviamo è un premio e questo Poppy lo sa bene. La felicità però sembra fondarsi sulla solidità e la certezza: le mura di una casa, una famiglia, una educazione rigida e rigorosa, vestirsi come il mondo ci impone, sentirsi uguali agli altri. Monotonia e disciplina. Poppy sovverte quotidianamente il (pre)concetto di felicità che ci stiamo costruendo, semplicemente sorride per motivi diversi dai nostri, che appartengono a quell'universo della semplicità che non sappiamo più apprezzare.
Poppy non ama i libri che parlano di presunti ritorni alla realtà, ma Mr. Vertigo di Paul Auster (e da queste parti la capiamo benissimo) ovvero la storia di Walt il bambino prodigio, il ragazzino volante che raccoglie ovazioni librandosi nel cielo e un sacco di bastonate nel momento in cui deve affrontare la vita "a terra". Anche Poppy, in fondo, è una ragazzina (un po' cresciutella) volante, e come tutti i grandi levitatori sa che c'è anche il momento in cui bisogna poggiare i piedi a terra e fare i conti con la realtà. Perché l'intenzione di portare il sorriso sulla bocca del prossimo raramente va a buon fine, e bisogna misurarsi costantemente con l'incomprensione (una sorella dalla vita solida, un istruttore di guida che è l'emblema dell'infelicità, un commesso che non prende nemmeno in considerazione l'eventualità di fare due chiacchiere con una sconosciuta) di un mondo grigio che si beffa di quei pittori che, come Poppy, saprebbero ancora colorarlo.
La riflessione di Mike Leigh sui tempi che corrono è amarissima, necessaria nella sua dolorosità, eppure la cosa che più sconvolge di happy-go-lucky è la sua incredibile leggerezza, il suo sposare in maniera netta quella che è la struttura della commedia. Come se rappresentato (dolore) e rappresentante (gioia) costituissero un ossimoro.
Bellissimo.

05/12/08

Palermo Shooting (Wim Wenders)

"Che cosa costituisca verità o, in forma molto più semplice, che cosa costituisca realtà è per me un grosso enigma, maggiore ora di un tempo. A ciò si aggiunge anche il fatto che la nostra concezione di realtà negli ultimi due decenni è stata esposta a una sfida straordinaria e senza precedenti. Mai nella storia dell'umanità si era verificato qualcosa di tale magnitudo." (Werner Herzog)


La possibilità/necessità del digitale come aperto invito alla manipolazione delle immagini e alla creazione di una platonica “immagine di realtà”, doppiamente altra e irreale. La necessità della pellicola, sola materia tangibile su cui, intangibile ed eterea, si può dipingere decisiva l’energia luminosa e trasformarsi in chimica dello sguardo. E’ racchiusa in questa provocazione una delle cose più interessanti di “Palermo Shooting”. Film attraversato da inattese virate dal sapore lynchano e da un utilizzo massiccio e (fin troppo) libero degli stessi effetti digitali. Nel fotografo di Wenders che gioca a scacchi con la Morte (con une certa efficacia “incarnato” da Dennis Hopper) un fitto groviglio (in gran parte irrisolto) di tematiche wendersiane: la percezione esistenziale del fluire del tempo, la tensione metafisica verso l’invisibile, il superamento del fenomeno per il noumeno e la necessità di una visione che si sviluppi nella dimensione della “profondità”, il desiderio utopico per la cattura dell’immagine fotografica definitiva e totale (metafora di una comprensione universale e “panoramica” della stessa esistenza) e, qui più che altrove, il rapporto con la morte. La morte come passaggio, come concetto analogo alla nascita. Nuova nascita, nuova morte, tramiti inaccessibili e invisibili verso destinazioni e destini (e porti) ultimi. A fare da sfondo a questa vicenda dalle insolite atmosfere fantasy Palermo. Pan-ormos, “tutto porto”, antico luogo di transito e passaggio, con i suoi vicoli e le sue chiese. Dopo Berlino, Lisbona, Tokio, L’Avana, ancora una città e il tentativo di catturarne il genius loci da parte del regista tedesco. Cineasta cosmopolita e metropolitano, lontano dalla wilderness di Werner Herzog ma come lui ancora capace di alzare lo sguardo verso il cielo, e dal cielo restituirci falsi movimenti di uomini in viaggio nel corso del tempo.

01/12/08

Due o tre cose che so sul TFF, parte due

Of Time and the City - Terence Davies ***
Le riflessioni che marcavano fortemente la trilogia di Terence Davies su sesso e religione si ripresentano in questo film, che è soprattutto un ritratto nostalgico della Liverpool "erosa" dal tempo. Combinando immagini di reportorio e non, aforismi, citazioni e musica Davies realizza un'opera molto poetica e intima, in cui passato e presente sono in campo/controcampo.
Les sept jours - Ronit e Shlomi Elkabetz **
Zuffa in famiglia ovvero sette giorni di ordinaria (e straziante) quotidianità.
Senza mordente e con una regia assolutamente piatta.
Real time - Randall Cole ** 1/2
Bella davvero l'idea: un killer (Reuben) deve fare fuori Andy, ragazzo dedito al gioco che non riesce a trovare i soldi per colmare i suoi debiti, e decide di lasciargli un'ultima ora di vita. La durata reale dell'azione e quella cinematografica coincidono. Pur senza particolari meriti il film si lascia guardare con discreto piacere, anche se la riflessione sulla fortuna poteva essere un po' più profonda.
24 City - Jia Zhang-Ke ** 1/2
Un film così punitivo non lo meritavano neppure i più grandi sostenitori del cineasta (tra i quali il sottoscritto). Documentario sulla Cina che progredisce devastando il passato, purtroppo costituito quasi integralmente da racconti di persone riprese con inquadrature fisse di durata punitiva.
Bellissima l'immagine del palazzo che crolla (che si contrappone a quella del palazzo che spiccava il volo in Still Life), in cui il fumo avanza lentamente e "invade" il quadro e il travelling verso l'alto che da un dipinto di un albero ci porta verso la costruzione della civilità.
La mia sostanziale pazzia (e amore per i ritmi estenuanti) mi ha portato ad apprezzarlo comunque (anche se rispetto a Still Life siamo due o tre passi indietro), ma non lo consiglierei neppure al mio peggior nemico...
Hunger - Steve McQueen *** 1/2

Il film che più ho amato (escludendo le retrospettive) di questo festival. Cinema di una fisicità devastante, con scelte stilistiche radicali (ad esempio il pianosequenza di 20 minuti a mdp fissa usato per riprendere un dialogo importantissimo sulle ragioni della vita) e di una intensità davvero provante. Steve McQueen, alla sua prima opera cinematografica, non scende a compromessi. Ne parlerò ampiamente a breve.
Let the right one in - Thomas Alfredson ** 1/2
Quanto siamo disponibili a perdonare i difetti?
Let the right one in (che uscirà in italia come Lasciami entrare) ne ha sicuramente, a partire da un uso davvero inappropriato degli effetti digitali (i gatti rappresentano la più grande caduta di stile di tutto il film) e dall'eccessiva voglia di essere accomodante con il pubblico (e di farsi piacere) aggiungendo cucchiaiate di zucchero a situazioni che non lo avrebbero richiesto.
Però, ecco, non si può negare la potenza emotiva del film, che parte come horror e prosegue come fiaba delicata, ben diretto (specie nella prima metà, con un uso intelligente del fuoco/fuori fuoco, di specchi e superfici vetrose) e con un finale davvero toccante.
Da queste parti, perdoniamo.
The edge of love - John Maybury *
Il film con cui è terminato il festival e forse anche il cinema così come lo conosciamo.
Aberrante in tutte le sue componenti visive, narrative e recitative (si salva solo il povero Cillian Murphy, mentre la Knightley non è all'altezza della, certo difficile, situazione).
Miscuglio insensato di dissolvenze sparate al mitragliatore, super 8 ed ellissi narrative. C'è persino una soggettiva dell'urina.
Davvero troppi i maestri del cinema che vengono profanati da questo film per poterli citare tutti, ma il mio pensiero va al grande Bergman, sbeffeggiato da una serie di inquadrature nefaste dei volti incrociati della Knightley e di Sienna Miller (senza per di più regalarci una di quelle scene saffiche che noi del pubblico maschile attendevamo con tanto ardore).
Melò (genere al quale sono affezionato, e piange il cuore vederlo trattato così) da conservare negli archivi dello squallore.

29/11/08

Nessuna verità (Ridley Scott)


Iraq nuovo Vietnam. Samarra come Saigon. Terra di conquista, frontiera contro un nemico invisibile, cadaveri insanguinati di democrazie da esportazione. Dopo Brian De Palma e Kathryn Bigelow, anche Ridley Scott ha scelto di calare la sua macchina da presa nella polvere della guerra e del deserto. Con minori pretese di sperimentazione linguistica rispetto ai primi due ma con la solita, collaudata, abilità registica e narrativa. La linea telefonica e le riprese satellitari come duplice filo di sutura nel bel montaggio di Pietro Scalia, che sceglie programmaticamente di annullare le distanze e insieme di evidenziarne appieno il senso. Forse qui l’elemento più interessante del film: la contrapposizione spaziale tra pedina/oggetto esposto/sul campo/lontano da casa (un grandissimo Leonardo Di Caprio) e manipolatore/controllore/burocrate/al sicuro nel suo ufficio-casa (l’imbolsito ma funzionale Russel Crowe). Nel gioco delle parti tra controllore e controllato ricorrono elementi (di certo non particolarmente nuovi) quali il sottilissimo confine che separa i buoni dai cattivi, l’ambiguità delle “verità” di guerra, il ribaltamento di identità, il gioco di specchi dello spionaggio e le sue implicazioni etiche (temi che in qualche modo collegano questo film allo Scorsese di “The Departed”). E comincia ad incrinarsi il fastidioso e monolitico manicheismo ideologico che il regista aveva fatto intravedere nel precedente “Black Hawk down”. Lo scacchiere delle diplomazie internazionali e i complessi rapporti tra l’amministrazione americana e l’alleato giordano lasciano trapelare l’immagine di un Medio Oriente saturo di ingiustizie e squilibri istituzionali, groviglio di enormi interessi economici e scenario di intricati giochi di potere. Dove le distanze che separano gli abili strateghi della menzogna dai fedeli servitori della patria sono minime. Difficili da scorgere per un occhio elettronico. Più facili da cogliere dentro lo sguardo di un uomo.