14/11/07

The Coast Guard


Il sacco che contiene la guerra è sempre più nero, ma cosa c'è veramente al suo interno? Il nulla (la guerra si è svuotata di senso).
Le trincee si sono trasferite nell'uomo (da fuori a dentro) e non sono più i soldati a schierarsi ma la follia.
Dove sono i presunti limiti invalicabili?
Non esistono più nè civili nè soldati, abbiamo di fronte dei civili\soldati che hanno perso la guerra con loro stessi.
Al concetto di "guerra" subentra dunque quello di "gioco": i fucili sono balocchi e non più strumenti distruttivi.
Questo sconfinamento di significati insignificanti (abbandoniamo, una volta per tutte, la linea di sperazione bene\male) fa sì che anche l'immagine, in alcuni frangenti, risulti sfocata. Nulla è più nitido, le connessioni sinaptiche sono saltate. L'unica cosa che differenzia il mondo di cui ci parla il regista da una clinica psichiatrica è l'ampiezza, qui si può "toccare con gli occhi" una follia per la quale non ci sono gusci, protezione o camicie di forza.
Kim Ki Duk è diretto, ma non un reporter, al di là della riflessione sull'uomo (dalla quale segue quella sulla violenza e non viceversa) quello che colpisce (nuovamente) di questo film è questa grande capacità del coreano di "poetizzare il sangue". La viola del male viene suonata tanto, troppo forte (basti la scena dell'aborto) ma l'archetto sbaglia mira e sfiora ventricoli e aorte lacerate.
[otto]