Dieci

Iran 2002 Regia: Abbas Kiarostami Durata: 90 minuti circa
La staticità qui non è un fallimento ma una scelta ben precisa e ponderata.
La riduzione ai minimi termini del movimento avviene proprio nel principale mezzo di locomozione del nostro periodo: l'automobile. Tutto si svolge all'interno dell'abitacolo di una vettura con solo due inquadrature fisse possibili: passeggero\conducente (anche nelle poche "escursioni" il concetto si mantiene intatto). Il mondo-fuori partecipa in fondo solo con i suoi suoni.
La contrapposizione è forte allora: se l'oggetto in cui avviene la ripresa è in movimento, l'oggetto "riprendente" è invece fisso, immobile.
La regia è un fantasma quasi del tutto nascosto, l'unica cosa che affiora è la naturalezza, la spontaneità dei dialoghi all'interno dell'abitacolo. Ed è proprio tra le parole e i suoni (ed i silenzi) di questo mondo\dentro (contrapposti ad i rumori del "traffico" di quello esterno) che si deve concentrare la quasi totalità dell'attenzione.
Non ci sono vere e proprie storie che si intrecciano ma cocci di vita che si scheggiano strofinandosi l'un l'altro tramite la parola. Nei dieci frammenti in cui è diviso il film (in pratica, dieci lunghi dialoghi) l'unico perno è la conducente, mentre i passeggeri sono ciclicamente mobili (nuovamente statico vs. dinamico!).
Che percorso individuano, dunque, questi dialoghi scevri dall'artificio aggettivante e ricchi della naturalezza del verbo?
La ricerca dei legami, della colla esistenziale, del tessuto connettivo dell'affetto. L'intera esistenza è fondamentalmente un susseguirsi di "contratti" a breve o a lungo termine, la vita è in vendita ("all'ingrosso" nel caso della moglie, "al dettaglio" nel caso della prostituta). La forza dei legami è devastante e può diventare pericolosa quando al semplice affetto subentra la "possessività". La voglia di possedere (non in senso sessuale...) qualcuno che non appartiene in realtà che a se stesso porta ad una perdita (e alla distruzione interiore di colui che "perde").
Lo scardinamento del mondo "meschile" (meschino\maschile). La donna medio-orientale (siamo a Tehran) è protagonista assoluta, le sue sofferenze, le sue difficoltà sono in primo primo piano (è proprio il caso di dirlo...). C'è questa evidente voglia di rivincita, di rinnovarsi al di fuori delle mura domestiche senza per questo dover sputare sulle tradizioni (l'attaccamento alla religione resta forte, giusto per tornare in tema di "legami", ma anche questo rimane un "sentimento indecifrabile" quanto l'amore, le visite al santuario fanno "star bene" quanto un amante, ma non se ne capisce il senso dato che le preghiere, sia religiose che amorose, restano spesso e volentieri non esaudite). Non a caso l'unico personaggio maschile è un bambino la cui purezza viene rovinata dal contatto con il mondo maschile adulto (i suoi genitori sono divorziati e sceglie di andare a vivere con il padre). Emil ricorda un po' quel "buon selvaggio" di cui ci parlava Rousseau, anche se il contesto è diverso.
Di questi dieci frammenti il primo (ovvero il numero dieci, dato che la numerazione è decrescente) vede l'inquadratura costantemente fissa proprio sul bambino (che, dimenticavo, è proprio il figlio della conducente), un'immagine inesorabilmente cattiva (una cattiveria che è comunque onesta), una perlustrazione dello sguardo e delle sue urla, ma anche uno spaccato che mette in mostra la totale incomunicabilità di queste due sfere (madre\figlio) che, quasi fossero calamite, si respingono senza nemeno avere il tempo di sfiorarsi.
L'altro frammento molto interessante (in realtà lo sono tutti, ma rischio di dilungarmi troppo) è il dialogo tra la "protagonista" (è una forzatura, in realtà l'unico protagonista resta l'abitacolo, spazio ristretto che riesce ad ospitare, suo malgrado, un vero e proprio macromondo) ed una prostituta, ed anche qui, come prima, si ha la "barriera magnetica", ma questa volta la voglia di penetrare nella sfera altrui non è assente (e questa sequenza, fondamentale, è quella che da la svolta all'intero film). La conversazione tra le due donne (che è un po' un filosofeggiare sulla natura "contrattuale" della vita e dell'amore) si chiude in maniera magnifica con l'inquadratura della prostituta (il cui volto durante il dialogo non ci viene mostrato) che , ripresa di spalle, si accinge a tornare "al lavoro".
In definitiva un ottimo film, straconsigliato (da vedere assolutamente anche "il sapore della ciliegia" e "sotto gli ulivi", ambedue capolavori, sempre di Kiarostami).

|