Fino all'ultimo respiro
Francia 1960 Regia: Jean-Luc Godard Durata: 90 minuti

Spazio-Tempo
Come la macchina guidata da Michel (il protagonista), anche il cinema non è fatto per star fermo. È giunta dunque l'ora di (re)inventare, di sbarazzarsi dei canoni, di cercare nuove "forme", di sperimentare nuove possibilità, di parlare utilizzando nuovi linguaggi. Nouvelle vague.
Un noir ridanciano d'avanguardia, questa opera prima di Godard. Un jazz improvvisato.
Cinema riportato nelle strade, nelle case, che si diffonde negli spazi e cattura senza esitare vite, insegne, giornali. Cinema\ameba che ingloba inesorabilmente e deforma in linguaggio (comunicazione cinematografica) la realtà (comunicazione naturale).
Il montaggio è dunque anarchico, detta i tempi a piacere e le sequenze sono ora sue umili schiave. La narrazione compatta non esprime (e viene spezzata): se da un lato si ha l'impressione di "negazione" (dovuta alla sottrazione) quello che ci viene restituito è un affascinante "dialogo" di sguardi in rapida successione.
E se i dialoghi facciali sono sincopati, quelli prettamente "verbali" sono molto più distesi e "dilatati" nel tempo. Godard gioca dunque col tempo, lo contrae e lo dilata senza seguire le logiche ma facendo muovere la sua barca dal vento dei sentimenti.
Il ritmo controllato è qui sostituito dai battiti del cuore, un cuore sollecitato da emozioni "jazzistiche" che pulsa perciò freneticamente.
Il fantasma della tradizione
Il moderno, per essere davvero innovativo, non deve "dimenticare", ma deve mantenere sempre viva la sua memoria.
Per questo la finestra che guarda al passato non deve essere chiusa.
Ed è nella delineazione dei personaggi (ma attenzione, non dei loro movimenti nello spazio) che Godard non rinuncia al legame col "classico" (Michel come nuovo Bogart?).
Magia (il Prestigio)
Godard è sicuramente un gran "giocatore", e riesce a nascondere il dolore dietro la disinvoltura. I sentimenti che i "corpi" e i volti non vorrebbero esprimere si avvertono invece sulla pelle (il movimento e le espressioni contrastano l'atteggiamento) in maniera intensissima. Perchè "mascherare" le emozioni?
È proprio attraverso il sotterramento del seme della passione che sboccia il vero fiore, che nasce l'omaggio all'amore (ricordate "the prestige"? il prestigio di Godard è proprio questo, dopo aver fatto "scomparire" l'emotività la riporta con impeto sullo schermo, ed è allora che lo spettatore rimane a bocca aperta).
Ed è così che Godard riesce ad esprimere il senso ultimo (quello "opaco" e non "trasparente") dei sentimenti.
Corpi in movimento
In "fino all'ultimo respiro" si scrutano i corpi in presa diretta, ci si accosta per accarezzare gli "oggetti mobili" del film. E sono questi corpi a sudorare amore (e qui Godard lega in maniera strettissima amore e fisicità) non "fuori" dalla pelle ma "dentro" la carne (e questo film è fortemente "carnale").
Questo indugiare tra i due personaggi\amanti crea quasi un dialogo tra la mdp e gli stessi. I corpi interloquiscono con il cinema, ma nonostante siano (quasi sempre) in primo piano la vera protagonista resta la macchina da presa.
Questa indagine sulla sensualità\sessualità dei corpi altro non è che una indagine sul cinema stesso.
Vuoto esistenziale
Gli occhi si incrociano, eppure i due amanti non riescono realmente a "mettersi a fuoco".
Stanno osservando il vuoto (opaco e non trasparente, ricoleggandoci al discorso sentimentale) che è dentro di loro e devono farne i conti.
Anche l'omicidio e il furto sono atti da consumarsi a "cuor leggero", tutto è in funzione dell'accelerazione della vita, dell'esistenza che si consuma velocemente fino a quando, ahimè, il respiro non viene a mancare.
L'esistenza è vuota e così anche la realtà, ma il nulla odora proprio di questi ultimi sospiri lasciati nell'aria (che rimarranno immortali, per poi morire....).
Come la macchina guidata da Michel (il protagonista), anche il cinema non è fatto per star fermo. È giunta dunque l'ora di (re)inventare, di sbarazzarsi dei canoni, di cercare nuove "forme", di sperimentare nuove possibilità, di parlare utilizzando nuovi linguaggi. Nouvelle vague.
Un noir ridanciano d'avanguardia, questa opera prima di Godard. Un jazz improvvisato.
Cinema riportato nelle strade, nelle case, che si diffonde negli spazi e cattura senza esitare vite, insegne, giornali. Cinema\ameba che ingloba inesorabilmente e deforma in linguaggio (comunicazione cinematografica) la realtà (comunicazione naturale).
Il montaggio è dunque anarchico, detta i tempi a piacere e le sequenze sono ora sue umili schiave. La narrazione compatta non esprime (e viene spezzata): se da un lato si ha l'impressione di "negazione" (dovuta alla sottrazione) quello che ci viene restituito è un affascinante "dialogo" di sguardi in rapida successione.
E se i dialoghi facciali sono sincopati, quelli prettamente "verbali" sono molto più distesi e "dilatati" nel tempo. Godard gioca dunque col tempo, lo contrae e lo dilata senza seguire le logiche ma facendo muovere la sua barca dal vento dei sentimenti.
Il ritmo controllato è qui sostituito dai battiti del cuore, un cuore sollecitato da emozioni "jazzistiche" che pulsa perciò freneticamente.
Il fantasma della tradizione
Il moderno, per essere davvero innovativo, non deve "dimenticare", ma deve mantenere sempre viva la sua memoria.
Per questo la finestra che guarda al passato non deve essere chiusa.
Ed è nella delineazione dei personaggi (ma attenzione, non dei loro movimenti nello spazio) che Godard non rinuncia al legame col "classico" (Michel come nuovo Bogart?).
Magia (il Prestigio)
Godard è sicuramente un gran "giocatore", e riesce a nascondere il dolore dietro la disinvoltura. I sentimenti che i "corpi" e i volti non vorrebbero esprimere si avvertono invece sulla pelle (il movimento e le espressioni contrastano l'atteggiamento) in maniera intensissima. Perchè "mascherare" le emozioni?
È proprio attraverso il sotterramento del seme della passione che sboccia il vero fiore, che nasce l'omaggio all'amore (ricordate "the prestige"? il prestigio di Godard è proprio questo, dopo aver fatto "scomparire" l'emotività la riporta con impeto sullo schermo, ed è allora che lo spettatore rimane a bocca aperta).
Ed è così che Godard riesce ad esprimere il senso ultimo (quello "opaco" e non "trasparente") dei sentimenti.
Corpi in movimento
In "fino all'ultimo respiro" si scrutano i corpi in presa diretta, ci si accosta per accarezzare gli "oggetti mobili" del film. E sono questi corpi a sudorare amore (e qui Godard lega in maniera strettissima amore e fisicità) non "fuori" dalla pelle ma "dentro" la carne (e questo film è fortemente "carnale").
Questo indugiare tra i due personaggi\amanti crea quasi un dialogo tra la mdp e gli stessi. I corpi interloquiscono con il cinema, ma nonostante siano (quasi sempre) in primo piano la vera protagonista resta la macchina da presa.
Questa indagine sulla sensualità\sessualità dei corpi altro non è che una indagine sul cinema stesso.
Vuoto esistenziale
Gli occhi si incrociano, eppure i due amanti non riescono realmente a "mettersi a fuoco".
Stanno osservando il vuoto (opaco e non trasparente, ricoleggandoci al discorso sentimentale) che è dentro di loro e devono farne i conti.
Anche l'omicidio e il furto sono atti da consumarsi a "cuor leggero", tutto è in funzione dell'accelerazione della vita, dell'esistenza che si consuma velocemente fino a quando, ahimè, il respiro non viene a mancare.
L'esistenza è vuota e così anche la realtà, ma il nulla odora proprio di questi ultimi sospiri lasciati nell'aria (che rimarranno immortali, per poi morire....).

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