31/10/07

This is Halloween!

HALLOWEEN IN A SUBURB - H.P LOVECRAFT
Svettano bianchi i campanili,
gli alberi si ricoprono d'argento
e sui comignoli volano i vampiri.
Guarda: le arpie del cielo profondo batton le ali,
ridono ed osservano.
Sul morto villaggio sotto la luna
mai ha brillato il sole al tramonto:
è emerso dal buio di ere perdute,
là dove scorrono fiumi di follìa lungo abissi di sogno senza fondo.
Un vento gelido striscia fra i covoni
sui campi splendenti di pallida luce
e s'aggroviglia attorno alle lapidi nel cimitero
dove i ghoul ricercano l'orrida preda per la loro fame.
Neppure il soffio degli strani Dèi del mutamento
giunti al passato a reclamare ciò che gli appartenne
può rendere quest'ora meno immota: una forza spettrale copre tutto,
diffonde il sonno dal suo seggio antico e libera l'ignoto senza fine.
Si estendono di nuovo la valle e la pianura
che videro lune scordate ormai da tempo,
ebbri danzano i mostri sotto i fiochi raggi,
sorgendo dalle fauci del sepolcro per scuotere il mondo col terrore.
Le cose che il mattino aspro rivela,
l'orrore e la miseria di campi desolati irti di sassi
si aggiungeranno un giorno a tutto il resto
tramando con le ombre maledette.
S'alzi pure nel buio il gemito dei lemuri,
guglie rose di lebbra giungan fino al cielo...non cambia nulla:
chè l'antico e il nuovo insieme son ravvolti nelle pieghe del costume destino, morte e orrore.
I Segugi del Tempo sono pronti le carni d'entrambi a dilaniare.

30/10/07

Occhio 3


"L'occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose" (Italo Calvino)

29/10/07

La regola del gioco

Premessa: questo è uno di quei post che di solito finiscono salvati in bozza... questa volta ho scelto di condividerlo con voi... avrò fatto la cosa giusta?


"La regola del gioco" è un film quasi teatrale, una sfilata di moda di personaggi all'interno dell'involucro del micromondo borghese. Renoir, con una stupefacente leggerezza, dipinge alla perfezione questo universo come fosse un grande "ballo in maschera" (e di fatto i personaggi si nascondo dietro le enormi maschere della menzogna). Si procede tra un valzer di tragedia e un tango di ironia, tra la brutalità dell'immagine e la fluidità del suo movimento, tra il mistero e la presa diretta sulla realtà.
La ricerca non celata di un fascino quasi impressionista che non impedisce di giocare con i ruoli sociali, senza regole esterne, usando i dadi che il contesto fornisce.

Le regole del gioco: una discreta ipocrisia, una falsa e indiscreta apertura mentale, una tollerante intolleranza.

Le regole del cinema: se questo è cinema che "strizza l'occhio a se stesso" riesce comunque a non trascurare lo spettatore, coinvolgendolo senza forzarlo al ruolo di passivo osservatore.

Renoir da vita ad un realismo ossimoricamente farsesco, ad una espressione poetica del tangibile, guida sociale sfogliata grazie ad una leggera brezza avvolgente. La poesia è però priva di troppi ed inutili aggettivi, ma ricca di nuda sincerità, quella addirittura falsa (onestamente meschina) che si può scrutare nei volti dei personaggi.
Un pessimismo agrodolce e vellutato, una bastonata morale data con apparente dolcezza, una pacca sulla spalla che può far male.
Abile nell'utilizzo della profondità di campo, nell'edificazione della messa in scena, Renoir fa un uso quasi "libero" del montaggio e fa in modo che pittura, teatro e cinema si amalgamino dando vita a questa sorta di melting pot artistico che è la sua opera.
Tutto pare quasi improvvisato, a partire dai dialoghi, “Tornerò domani per vedere se si svolgerà tutto in questo modo” dice Truffaut.
Un film "di culto", molto incompreso alla sua uscita, che ogni amante del cinema dovrebbe vedere, almeno una volta, nell'arco della vita.

28/10/07

Un'altra giovinezza


LA RINASCITA DI COPPOLA

Veramente un peccato. Dopo la prima ora (capolavoro secco) ero già pronto ad alzarmi in piedi e far partire l'applauso, e invece Coppola ha aggiunto troppe uova alla ricetta trasformandola in frittata, per poi rigirarla più volte nella parte finale. Il regista ha mostrato un coraggio incredibile nel portare avanti un'opera simile, nel reinventarsi spiazzando un po' tutti, ma l'arte è una scopata senza preservativo e dunque comporta i suoi rischi.
Ora passiamo alle cose serie.
Un viaggio profondo alla ricerca delle origini del (meta)linguaggio cinematografico (il "protocinema") scandagliando lo spazio con due personaggi come cursori temporali che scorrendo avanti e indietro ripercorrono e scoprono.
Se è evidente questa voglia ossessiva di ritrovare i significati originari, i "simboli" indecodificabili del passato, Coppola mira soprattutto a sovvertire gli schemi presentando qualcosa di nuovo, che eviti il déjà vu (che poi ci riesca o meno è altra storia), qualcosa di una anti-hollywoodianità quasi spiazzante. Un rifiuto del contemporaneo per spingersi in qualcosa di "oltre" (ovvero il post-moderno) che è ricerca di una nuova pista da seguire senza però dimenticare quelle già percorse (ma in un passato ormai remoto). Così sono da interpretarsi i ribaltamenti dell'immagine, capovolgimenti del canone che incastra l'arte in un barattolo fortunatamente ancora senza tappo e che può dunque essere "girato". Il regista aveva evidentemente bisogno di questa pellicola per tentare di ultimare il libro della vita: il suo personalissimo saggio sul cinema.
Il taglio diventa un importante mezzo sottrattivo di trama, che verte a prediligere il gioco sull'immagine (e la prima parte del film, a costo di essere ripetitivi, è un capolavoro registico che non ha eguali da molto tempo a questa parte) e a "fulminare" il filo conduttore della storia, che per quanto originale possa essere, viene (forse purtroppo) rilegata nell'angolo.
La riflessione estemporanea sulla quarta dimensione non è che lo sfondo di una ben più profonda meditazione sull'amore e la natura dell'essere. Le metafore visive sono spesso semplici e immediate (la rosa, la svastica), semplicità che altro non è che un'illusione temporanea data la complessità (addirittuta troppa e forse indigesta) che si genera attraverso la "sovrapposizione degli effetti".
L'eternità è una sequenza indecifrabile di cause ed effetti, basterebbe spostare un mattoncino per sovvertire l'intero equilibrio, ma se qui ad ogni causa corrisponde necessariamente un effetto, non è altremodo vero che ogni effetto sia determinato da una causa (incomprensibilità totale dello spazio\tempo e dell'esistenza).
L'ultimo lavoro di Coppola non è dunque didascalicamente determinato (e forse per questo i temi trattati paiono esili) ma surrealisticamente irrisolto (e siamo nuovamente di fronte ad un dilemma: è questo un bene o un male? serviranno ancora anni per capirlo).
Resta inspiegabile come un futuro che non possiamo ancora comprendere, il tempo è immortale e non possiamo correre abbastanza velocemente da stargli dietro, se non rischiando di stramazzare al suolo, privi di respiro.
Non è l'uomo che invecchia o ringiovanisce, semplicemente è il tempo a contrarsi o dilatarsi.
Purtroppo c'è troppa carne al fuoco sul lato filosofico: la comprensione dell'avvenire trapassando l'origine, il doppio (tema che purtroppo soffre di usura), il potere della mente che deriva da una combinazione di memorie "elettricamente" sfalsate che si sovrappongono, il cocktail di culture che diviene strumento di conoscenza "totale".
Qualche problema (evitabile), ma non molto grave, anche in fase di sceneggiatura, ma Coppola, da grande regista qual è, riesce a creare una mirabile lieson tra forma e contenuto (qui elementi indissociabili).
[sette e mezzo]

26/10/07

The white diamond

L'arte del volo
Regia: Werner Herzog Durata: 90 minuti

Herzog nega il realismo della trama e sposa l'autenticità delle immagini.
Questo cinema, esperienza che diventa sempre più estrema quanto più entra in rotta di collisione con la vita, è esplorazione di luoghi, sguardi e maestosi microcosmi.
L'indescrivibile intimità della descrizione: il regista si immerge nel mondo "esterno" che vuole raccontare. Le immagini catturano colui che vorrebbe catturarle.
"The white diamond" è un atto di fede nei confronti del cinema, mezzo verso il quale Herzog mostra riconoscenza e di cui si serve per scoprire e raccontare.
I (de)frammenti visivi si susseguono con forza, la natura parla con una potenza tale da scalfire i timpani. L'uomo in piena contemplazione si smarrisce, si trova coinvolto in questa eco-orgia audio-visiva.
Quello che è da sempre il sogno dell'uomo, quello del volo, di poter staccare finalmente i piedi da terra e aleggiare sospinto dal vento, diventa una sfida "stupidamente" e non "eroicamente" estrema. Da questa sfida tecnologica ad uscire vincitore è solo il cinema ("in celluloid we trust!").
Herzog prende a calci il semplice reportage, lo rifiuta perchè esso non può offrire la comprensione filosofica del circondario, che avviene solo quando vi è una rileaborazione soggettiva di quello che si ha davanti agli occhi.
Se il viaggio (più o meno "fisico") è il generatore di emozioni in continua di questo cinema così estremo e sconfinante, la natura ne è l'amplificatore.
L'occhio si sostituisce al dirigibile, dove fallisce il prodotto della tecnologia (bilanciata, comunque, dal trionfo delle immagini ad alta definizione) è la componente umana a vincere.
E se il cinema ed il velivolo "invadono" riescono comunque a restituire un approfondimento poetico-levitante sulle disgiunzioni evolutive, ci offrono una visione delle "cose" dall'alto.
Davanti a un tale spettacolo armonioso, un'orchestra di cascate con stormi di violini fluttuanti accompagnati da sguardi di grandi sognatori "a terra" il primo a spiccare il volo è proprio lo spettatore.
[otto]

Every sperm is sacred!

24/10/07

L'arte del sogno


Premessa: post in sincrono con l'amico e grande cineblogger pickpocket83, la sua recensione qui

Bricolage immateriale di materiali, cellophane al servizio degli occhi, effetti speciali di un Méliès post-moderno. Ricordi in pellicola.
Amore per la creazione artigianale, creazione artigianale dell'amore. I sentimenti sono "(s)oggetti" plasmabili attraverso l'immaginazione.
Sogno e realtà sono martello e scalpello del nostro modo di essere.
"I sogni sono le pietre di paragone del nostro carattere" (Thoreau). Pietre irrunciabili, unica via per lapidare il tetro grigiume che ci circonda.
La denaturazione della superficie tangibile si compie attraverso la collisione con nuvole di cotone imbevute di alcol "interiore" (Gondry sceneggia, in pratica, se stesso).
Il visionario regista mette in scena un cinema fortemente personale anche nei movimenti di macchina, che paiono esitanti come lo è Stephane (il protagonista) di fronte alle circostanze della vita.
Un'esistenza oscillatoria in costante fase REM, pazzoide, autoingannevole.
Stephane, un David Copperfield che illude in primis se stesso, estrae dal cilindro i sogni. L'onirico si materializza e sfuma come un gas in quel grande recipiente che è il mondo.
Sognare di vivere un sogno ad occhi ermeticamente aperti oltrepassando le barriere della percezione "naturale". Stephane colora con dei pastelli il mondo che lo circonda, è un artista a tutto tondo, ma non ha idea di come cancellare le tracce del suo delirio.
Gondry sogna cinema e lo materializza usando il set della propria vita, sottolineando che la settima arte è un "grande visione" asimmetrica alla realtà.
Le immagini diventano dunque mezzo disorientativo che permea "il supporto" (lo schermo, l'occhio e infine la vita).
Imperfetto, stravagante, è una parrucca tinta piena di nodi non sciolti, purtroppo nei punti sbagliati, ma piace anche per questo.
[otto e mezzo]

22/10/07

Un periodaccio del cazzo, come tanti

Ci sono quelle volte in cui non vorresti parlare di qualcosa, anche se sai che dovresti.
Istanti in cui continui a prendere a testate porte che non si vogliono aprire, l'uscio da attraversare per raggiungere i sogni ormai è sbarrato.
Gli obiettivi evaporano come l'acqua che bolle nella pentola, e no, cazzo no, non riesce a raggiungere il cielo.
Un grande arcobaleno davanti ai miei occhi, vicino, sempre più vicino, di colore nero intenso, mi acceca, non ci vedo, non posso e non vorrei comunque vedere.
L'illusione di un orizzonte valicabile è ormai svanita, tutto è chiaramente grigio, tetramente pallido, vagamente inarrivabile.
Il treno non si sta fermando, prosegue fuori rotta, dove mi porta? Non riesco a farlo deragliare, mi trascina con se tra le anse di un fiume in secca, tra le erbe di una foresta disboscata.
C'è un'ascia affilata che vaga nel cielo, come un avvoltoio, in attesa di scalfirmi.
Pigio i tasti del computer ma non compare nulla, che succede? Le dita sprofondano nella tastiera e vi rimangono incastrate.
No, non sto sognando, vorrei tanto poterlo fare, ma mi sono svegliato ormai e il sonno tarda a ritornare, la realtà è un corrodoio tanto lungo quanto stretto, e non se ne vede la fine.
Dopo aver fatto un passo avanti ci si rende conto di non poter proseguire, c'è bisogno di percorsi alternativi che non stringano la fantasia tra le fauci del quotidiano.
Il cervello è nella morsa, ma il cuore, quello no, non toccatemelo.
Sono solo parole uscite dall'ultimo (l'ennesimo) libro che non finirò mai di scrivere, la continuazione del capitolo dedicato al fallimento.

21/10/07

Bande à part

Francia 1964 Regia: Jean-Luc Godard Durata: 95 minuti B\N


UNA COSA A TRE
Colui che "realizza" si intromette nel filmico e lo racconta, sottolineandone la natura fittizia indissolubile, descrivendo l'illusione alla quale lo spettatore sta assistendo: la magia del cinema (e non esaltando il proprio ego come fa Von Trier ne "il grande capo"). Non a caso i punti più alti toccati dalla sceneggiatura sono quelli in cui la voice off traccia i personaggi accostandoci alla vicenda, quasi a voler testimoniare come occhi, orecchie e cuore debbano sempre essere al centro della scena.
Un omaggio al cinema, un gioco (divertente/divertito, ma senza autocompiacimenti) ben imbastito che sdrammatizza il noir e fa lacrimare la commedia.
La storia è leggera quanto un soffio (è una pellicola, nonostante l'umorismo, molto "delicata") che trasporta dolcemente e con passione, con lo scopo principe di farci passare del tempo, ma del tempo speso bene.
Godard gioca a guardare il cinema dal di dentro, quasi "improvvisando" spinto dalla forza della passione, sentimento che dona quel tocco di "genuinità" alla pellicola.
Ciò che rende l'idea migliore di improvvisazione è l'utilizzo di personaggi "mobili", liberi di spaziare e di agire un po' come capita (fondamentale la sequenza del "balletto" al suono del juke box sotto questo punto di vista).
E se l'estetica diventa un aspetto fondamentale da curare, la forza narrativa non ne esce a capo chino, l'energia si esprime attraverso il binomio immagine/parola (come si diceva prima occhio/orecchio), e di fatto anche il "minuto di silenzio" deve essere interrotto anzitempo.
Senza dunque volersi rinchiudere in una scatola, Godard imposta il film in una direzione "jazzistico-creativa" (direzione seguita parellelamente dalla colonna sonora), come un vagabando non segue un sentiero ma ne "crea" uno.
Col l'avanzare dei minuti questa leggerezza assume toni decisamente amari, ma è sempre un'amarezza leggera, volutamente poco penetrante.
Questa vaporosità giunge al suo vertice nella sequenza (quasi Naïf) della corsa dentro il Louvre (ed anche qui l'arte viene vista come passatempo, i protagonisti entrano al museo per "spezzare il tempo", non per godere dei quadri).
Il bisogno fondamentale è quello di comprendere come il cinema possa essere privo di ogni intellutualismo, possa proseguire sulla strada dell'accessibilità e del divertimento, "raccontando" con maestria.
Un trionfo creativo che decide di lasciar da parte il cervello, allontanando la razionalizzazione cervellotica dell'immagine, gettando via le chiavi per utilizzare i passepartout.
Ottimi i tre interpreti principali.
[otto e mezzo]

20/10/07

Occhio


Inchiodati, restringi il campo.
No, non puoi ruotare.
Un ricordo lontano si avvicina, ti sfiora, cerchi di scrutarlo ma ti è trasparente.
Si spegne la luce, il corridoio è buio.
Metti a fuoco l'oscurità, la attraversi, avanzi, torni indietro.
Bagliore.
Insegui il lume, piroetti alla ricerca di una prospettiva.
Ti spalanchi, è davanti a te, di una bellezza raggelante, si volta, le giri attorno.
Sguardi tangenti.
L'immagine si congeda, sei solo, accerchiato dal vuoto.
Deserto avvolgente, ti serra, sei in gabbia.
Cerchi la fuga, è lei a trovarti, ti trascina via.
La realtà ti si nasconde davanti, non puoi più coglierla, ti chiudi per sempre.

18/10/07

Ratatouille (2)

CONTROREALISMI
La Pixar oltreppassa il traguardo del realismo, si volta indietro, ride e se ne burla.
Con grande zelo viene edificata una "base" reale (ogni sequenza è una delizia per gli occhi, la Pixar ha raggiunto il top tecnico\stilistico): ogni singolo pelo sul manto dei topi è stato contato, i giochi di luce umanizzano ulteriormente i volti, tutto è calcolato e riprodotto alla perfezione (specie quel che concerne l'aspetto "culinario").
Questa fortezza deve essere necessariamente distrutta con la bomba fantatomica.
LA FORZA DELLA SEMPLICITÀ
Un gioco di sguardi speculari che diventa poesia, gli occhi si incrociano attraverso il barattolo di vetro dei sogni. La semplicità non è necessariamente banale, così come non è detto che la complessita debba essere acuta.
Ratatouille è magico perchè rinuncia definitivamente all' "infantilismo" fatto di facili battute e risate a comando, proseguendo sulla strada dell' "accessibilità" dell'opera, che si palesa nella trama (ma non nella sottotrama, come vedremo).
LA COMPLESSITÀ NELLA FORZA
Ratatouille è incredibilmente stratificato e profondo, e se di fatto la trama è quanto di più semplice si possa chiedere gli spunti di riflessione che la pellicola offre sono innumerevoli.
Che il cinema per i più piccini possa divenire di difficile lettura (o almeno non immediata) anche per i più grandi è sorprendente, e di fatto questo ultimo gioello pixar non si rivolge ad un target specifico, ma mira diversi bersagli centrandoli tutti.
TOUT LE MONDE PEUT CUISINIER!
"Where dreams come true".
La creatività gioca a nascondino nei luoghi spesso più inattesi, ed è spesso impossibilitata a palesarsi. Remy si trova sospeso in un sogno che ha la forza di afferrare, il "treno dei desideri" lo porta fuori stazione, innanzi la Torre Eiffel delle speranze.
La passione è il punto cardinale che dirige la bussola della vita, non ineluttabilmente punta a nord, ma spesso e volentieri l'ago è in grado di bucare il cuore.
SIMBIOSI
Se le radici difendono l'albero dal vento, non è altremodo sempre detto che la brezza sia maligna, bisogna dunque avere il coraggio di "fiutarlo" e recidere questi rizomi per potersi lasciar trasportare dolcemente.
Ma se Remy, aquila mutilata, è costretto a terra pur essendo capace a volare, Linguini è un uccello che non sa come sbattere le ali.
La cooperazione diviene fondamentale, l'uno risulta "culinariamente insignificante" se privato dell'aiuto dell'altro.
IL "DISORDINE DELLE COSE"
L'unico mezzo per abbattere le assurde regole non scritte di questo mondo è la tenacia.
Solo così una donna può farsi largo in un habitat tipicamente maschile come la "grande cucina", solo così un topo da "ripugnante" può divenire "amabile".
Ed anche una pietanza "povera", quale la Ratatouille, può diventare un'orgia di sapori rievocativi.
MERCANZIA
Non limitiamo l'artista alla produzione di "surgelati" quando può dar vita ad una "cucina d'alta classe". Smettiamola di sfruttare il marchio, concentriamoci sul prodotto.
La creativà non va repressa, stendiamo il tappeto rosso all'arrivo del "nuovo".
IL FILTRO DELLA CRITICA
A monte di ogni giudizio c'è la nostra vita, le nostre passioni, non dobbiamo dimenticarcene.
L'esternazione coraggiosa (e sincera) della soggettività è un tentativo di liberarsi dalle soffocanti mani del cinismo.
Tenendo presente ciò si parla di arte non per autocompiacersi o a solo scopo di divertimento, ma per trasmettere passione.
Chi ha il coltello dalla parte del manico non è costretto al macello sempre e comunque, perchè questo è sadismo che non rende un buon servizio all'arte.
Il filtro della critica è il critico stesso.
Ego mostra la via.
CONSIDERAZIONI FINALI
In più di dieci anni di produzione la Pixar ha dimostrato che il cinema d'animazione può arrivare sempre più in alto (seppur con qualche discreto basso quale "Cars") usufruendo di una tecnologia che fa miracoli senza dover rinunicare ad un impianto "classico".
Oltre allo scioccante realismo a colpire sono anche l'escavazione antropologica e l'amore per il cinema che si respira in ogni sequenza.
Una perla che luccicherà a lungo e che poniamo accanto ai monsters kubrickiani e agli incredibili.

17/10/07

comunicazione di servizio

avviso tutti che il nuovo template dovrebbe essere temporaneo :-)

16/10/07

Angel - La vita, il romanzo

Ozon (de)costruisce il melodramma come un fanciullo che si trastulla con i lego, lo utilizza per "creare" senza guardarlo dall'alto, con una ventata di passione lo omaggia chiudendolo tra le mura di un'ironia tanto esile da sembrare inesistente.
Il realismo non è l'obiettivo principe, e di fatto la storia è un susseguirsi di situazioni totalmente improbabili. L'inverosimiglianza, paradossalmente, mette a fuoco la scrittrice, evidenzia i suoi tic, mette a nudo la sua amabile insopportabilità.
Ma il fuoco non può ardere, Ozon ha il secchiello d'acqua in mano e non esita a spegnere l'incendio fin dal suo principio, l'agnello delle emozioni viene sacrificato sull'altare dell'arte.
Il colore si stinge sulla tavolozza della vita, la neve prende il sopravvento, tutto gela.
E' uno spettacolo al quale non si ha accesso, una casa le cui porte sono chiuse allo spettatore, un quadro da ammirare da lontano. Cinema che si ritrova a discutere con se stesso, che non vuole saperne di essere "cervellotico" perchè lascia il profondo in superficie, cinema che gioca (in maniera forse meno furba di quanto possa sembrare) situandosi in una dislocazione lasca.
Ozon ci nega un qualsiasi coinvolgimento, ci rifiuta i battiti cardiaci e le comunicazioni sinaptiche, ci allontana dalla storia anche quando si pensa di poterla sfiorare con mano. I carrelli all'indietro che ci distanziano dai personaggi sono "battute in ritirata" dalla guerra emotiva.
Quanto effettivo possa essere il falso solo i nostri occhi sono in grado di svelarlo scrutando il palesarsi di un passato ormai defunto, ma pronto alla resurrezione.
Gli spazi sono misurati col calibro, l'insieme è gestito minuziosamente, il barocco spolvera gli angoli di questa vuota cattedrale.
Un gioiello che sta scomodo al dito, ma che affascina.
[sette e mezzo]
Questo cancello separa l'arte dalla vita, e una volta varcato quest'ultima viene inesorabilmente soffocata.

Nostalgie

Ridatemela!

Comunicazione di servizio 1: ho visto Angel di Ozon, un gran bel giocatollino, se ne riparlerà (stasera)
Comunicazione di servizio 2: se non conoscete la Canada Dry, continuate pure a bervi la Sprite...

15/10/07

Church of the Flying Spaghetti Monster

I vantaggi principali della conversione:

  • Come gli spaghetti che essi adorano, i Pastafariani hanno dei sottili standard morali.
  • Ogni venerdì è una festività religiosa.
  • La promessa di una fabbrica di spogliarelliste ed un vulcano di birra in Paradiso.
IL SITO UFFICIALE

14/10/07

Paprika - sognando un sogno

Giappone 2006 Di: Satoshi Kon Durata: 86 minuti


Sogni modellati e uniti come pezzi di pongo, penetrazioni oniriche nel profondo dell'intimità, quella troppo nuda per essere ulteriormente svestita.
Le pagine del libro dei sogni vengono trasformate in tanti aeroplani di carta, velivoli che aleggiano nella dimensione reale cancellando di fatto ogni confine tra finzione e concretezza.
Leggere queste pagine con l'utilizzo della tecnologia è una violazione che porta alla collisione due treni carichi di dinamite che prima viaggiavano su binari paralleli.
Estroflettere i propri sogni all'esterno, abbandonando la paura di vivere un miraggio, diventa una concessione ai nostri desideri più sotterranai. Paprika è la liberazione dell'alter ego imprigionato nel labirinto della mente.
Il sogno muore se si tagliano i cavi che lo connettono alla realtà perchè esso è il frutto dell'albero del tangibile, non la sua radice.
Il cinema diviene mezzo per trasformare l'onirico in immagine e inebriare lo spettatore, che è chiamato a vivere lo spettacolo e a "speziarlo" con le sue peculiarità interiori.
Paprika è un film d'animazione modernissimo che utilizza la tecnologia (senza denunciarla) per tracciare le movenze di un mondo snaturato.
Internet è una realtà più che virtuale, è un grande sogno da coltivare per poterne cogliere i frutti.
Satoshi Kon ci regala una perla esteticamente efficace e stratificata, un viaggio nel quale allacciare le cinture non è consentito: bisogna saper sbattere la testa e reagire in prima persona.
[otto]

12/10/07

Cabaret postmodernista

Mi sto finalmente accorgendo che non sarò mai un grande ingegnere, ma nell'ambito di "progetto autostima", sono oggi riuscito a rivalutarmi come comico d'improvvisazione.
Ecco, qui di seguito, la battuta, giunta inesorabilmente al bancone di un bar (ringrazio i miei due compagni per la complicità):
Barman: siete insieme?
Honeyboy e Luk: sì!
Barman: Bella coppia!
Luk: he he!
Barman: Chi fa la donna?
Luk: Lui!
Honeyboy: Bastardo!
Marga: Eh Dome, ti tocca!
Honeyboy: Bè sì sì, mi tocca....
(Luk e Honeyboy si accartocciano dalle risate)
Vorrei commentare la sentenza di una certa corte riguardo gli atti di un certo sardo, sentenza che non è "sessista", come molti hanno dichiarato, ma che offre due divergenti interpretazioni:
- è un duro messaggio contro la globalizzazione
- è semplicemente l'ennesima dimostrazione che questo mondo è troppo vecchio e andrebbe ringiovanito a suon di calci in culo (uno anche a Thomas Friedman dopo le sue esternazioni sulla "Q generation")
Mi giunge or ora notizia che negli U.S.A., d'ora in poi, sarà permesso al cittadino americano con nostalgie farwestiane di entrare nei campi indios e prendere a calci un paio di Cherokee, dato che questo fa parte della sua "cultura", salcazzo!
Siamo veramente usciti dal medioevo?
Comunicazione 1:
tornerò a parlare di cinema, dopo questa lunga serie di OT
Comunicazione 2:
qui a fianco troverete un sondaggino: votate!!!

10/10/07

In Rainbows


RITORNO AL FUTURO
Se fra cent'anni un uomo mai si imbattesse nell'ascolto di canzoni quali "15 step" direbbe: "questi si che sono avant(i)!", l'opera dei radiohead precorre i tempi (ed anche la loro operazione di lancio del cd), la loro è una nuova avanguardia post-moderna.
Difficile, molto difficile, cercare di esprimere dei giudizi sensati su in rainbows dopo solo una dozzina di ascolti, ma la sensazione è che ci si trovi davanti ad un altro capolavoro.
Lo sperimentalismo arriva qui ad un punto di equlibrio, la strada di Yorke and co, mai retta ma sempre esponenzialmente astratta arriva ad un punto in cui vi è la svolta (o un parziale ritorno) verso la distensione.
Un "rilassamento peyotizzante".
Ma "veniamo" al dunque:


1: "15 Step"

Un inizio col botto, sicuramente uno dei migliori pezzi dell'album e manifesto ultramoderno, una vera e propria dichiarazione di intenti.
Suoni tra il tribal e l'elettric si giustappongono a battiti di mani (non mi riferisco ai miei ^^) conferendo un ritmo simil-funky forsennato. Jonny Greenwood’s si inserisce col la sua chitarra in maniera aspersa e "minimal", Yorke aggiunge quel tocco criptico che si richiede (una novità, vero?). Ovazione.

2: "Bodysnatchers"

Si continua sul filo conduttore del ritmo, ma la chitarra ora diviene (co)protagonista.
Yorke riecheggia e distende la voce. Una sound che è una via di mezzo tra il liscio e il ruvido, è comunque l'aclassico stile radiohead con una spruzzatina tradizionale (che non guasta).
Anch'esso stupendo, ma non tra i miei preferiti dell'opera.

3: "Nude"

Si apre con un taglio "orchestrale" e prosegue con un ritmo molto "slow", Yorke canta con voce sommessa, quansi sospira mentre la batteria "tamburella".
Capolavoro etereo.

4: "Weird Fishes/Arpeggi"

Il ritmo è patrocinato da una batteria "smaniosa", in contrasto con la rilassatezza globale della canzone, che sembra "morire" per poi risvegliarsi lasciando un alone ascetico. Forse una canzone difficile, che "penetra" dopo una serie di ascolti successivi, dopo che si riesce a cogliere quella nuvola di mistero che la adombra.

5: "All I Need"

Come un viaggo epicamente melodic attraverso una notte stellata. Stupendo Yorke. Ritmo lievemente funky. Quasi bizzarra ma altamente rilassante.

6: "Faust Arp"

Questo è un pezzo fortmente orchestrale, con chitarra acustica e uno Yorke alla ricerca della strada "melodica". Forse il pezzo più classico di "in rainbows". Decisamente il pezzo che non ti aspetti.


7: "Reckoner"

Ritmata da tamburello, melodiata a colpi di violino. Prosegue sulla scia del pezzo precedente, ma giunge a vette inarrivabili, impensabili, "Reckoner" è uno strafottuto capolavoro, Yorke un uomo da abbracciare. Finirà con divenire un pezzo da repertorio.

8: "House Of Cards"

Dopo la malinconia comunicataci col brano precedente, ci si sposta sul piano della gaiezza, ed anche la voce di Yorke, accompagnata da chitarra acustica, diventa più "delicata", ma pur sempre avvolgente. La componente orchestrale nella seconda metà della canzone è il mezzo con cui si completa il fascino di "House of cards", canzone che oserei definire "onanistica". Stupenda.

9: "Jigsaw Falling Into Place"

Ratatà, tatarà.
Un piccolo crescendo, accompagnato da una batteria con un "ritmo ciclico". Splendido l'intro simil-ispanico. Inizia troterellando e poi passa al galoppo in un bel mix tra elettrico e acustico.

10: "Videotape"

Chiusura con pezzo che suonerebbe convenzionale, ma che assume toni eterei. Strampalata nel suo evolversi ritmico (la batteria diventa "surrealista").
Yorke assolutamente al top (sia canoro che "testistico").

Ora torno all'ascolto!

08/10/07

Surrealismi, parte terza

CECI N'EST PAS UN POST

RIFLESSIONI IGNORANTI E ILLOGICHE (parte uno):
Il tangibile attraversa il cristallo deframmentatore tra le mani dell'artista, che ci nega la realtà, sottraendoci da sotto (e sopra) gli occhi il "dentro", che finisce con lo specchiarsi sulla tela.
La percezione alterata di uno spazio stritolato che penetra il gheriglio della mente dopo averla sgusciata, spingendosi oltre il (non) senso e spremendo il succo dall'agrodolce frutto del sogno.
L'arte non è assimilabile alla vita, ma alla negazione dell'esistenza che si rifrange sulla superficie riflettente del "supporto" (sia esso cinema, musica, pittura o letteratura) in modo da mistificare il circondario.
Vi è una netta separazione dalla e nella materia, per estrapolarne il nucleo, per proiettare l' "interno" verso l'esterno lasciandolo libero di perdere significato.
L'astratto sviluppa il vitale e descrive attraverso la forma, la materia è l'illusione da rinnegare.
Il distacco "spaziale" si tramuta lentamente in negazione temporale attraverso lo studio della fisionomia del ricordo, del tempo che fugge spiccando il volo come un uccello salvo poi essere catturato e intrappolato nella gabbia della memoria. La reminescenza continua dunque a mentire estensivamente sul passato per offuscare la visione del presente, anticipa lo sparo dello starter deliberatamente, la sua vittoria è frutto di un inganno.
La fantasia (ed il tentativo di costruirla) è la vera realtà, una barca a vela cullata dalle asciutte onde dell'anima e sospinta dal vento dell'evasione. Sbarazziamoci del "corpo".
Le logiche si perdono nel fitto labirinto dell'inconscio, vengono surrealmente psicanalizzate, l'intimità inesprimibile si denuda preparandosi all'atto sessuale con l'enigma che riaffiora (una vera e propria "scopata iconoclastica"), istante per istante si discinge l'emotività "congelata" dalle umane paure, non vi può più essere panico nell'illogicità (specie in un mondo che è "logicamente" crudele) ma desiderio di aleggiare fra i cieli della gioia e del desiderio.
L'arte, come l'esitenza, non necessita di orizzonti utopicamente ottimisti, ma di disorientante pessimismo distopico (nowhere\erewhon) che strappa il senso e ne sposta i frammenti su piani differenziati.
Il surrealismo è il veicolo che consente la rototraslazione del pensiero, la rottura del vaso contenente il senso negli impercettibili cocci del sogno.
Questo sbarazzarsi della bussola è necessario per associare liberamente materia di varia natura, forma e struttura decontestualizzandola, modellandola come fosse plastilina, facendo convivere zucchero e sale nella stessa sostanza oltreppassando il concetto di "dolce" e "salato".
Il contrasto genera nuova luce, il senso e il non-senso si annodano e disorientano, mistificano, trasfigurano.
La natura delle cose si metamorfizza, perde valore e significato, solo così riesce a suggestionare, a spezzare la certezza (concetto del tutto insignificante se non in matematica), indurre alla riflessione sull' "oltre" tentando di evitare il proprio sguardo in una camera di specchi.
I limiti, le barriere, i confini opprimono l'uomo e lo costringono a ripercorrere il Darwiniano processo evolutivo al contrario, per tornare al "semplice" stato animale che lo incapacita di esprimere il proprio estro (e l'originalità è di fatto l'unico fattore di distinzione uomo\animale).
Il pennello, la "macchina da scrivere", la mdp sono i mezzi per dare vita propria alle immagini, alla natura (morta) compiendo una magia metaforica sul "visibile" per renderlo invisibile e sottorraneo.
Col supporto dello stile (e della tecnica) si raggiunge un intento estetico che sfiora l'inganno tramutando immagine in pensiero.
A completare il "quadro" vi è quella che è la non-forma, il prodotto del parto della mente, il ragionamento filosofico sull' "esterno" racchiuso nello shaker e mescolato assieme all'immagine "catturata".
La dicotomia linguaggio\realtà genera una frattura che può essere ricomposta attraverso la soggettività, lo spettatore si pone davanti all'opera ed essa assume finalmente un significato, mai esatto, mai sicuro, tanto personale da potersi considerare unico.


07/10/07

Michael Clayton

Divide et impera: raccolta differenziata


Aggiustare i meccanismi inceppati, ripulire lo sporco dei palazzi dai vetri opachi.
L'incessante ricerca di una sedia sulla quale sedersi.
Il film accelera lentamente e ciò purtroppo danneggia irrimediabilmente il ritmo, che se nella prima parte è quasi del tutto assente (l'impressione è quella del "pilota automatico") finisce col diventare troppo affrettato nella seconda. Gilroy non "aggredisce" la pellicola, si lascia sopraffare dalla trama e si accontenta di girare un film canonico (soprattutto a livello stilistico).
Ripercorre strade già sfruttate in precedenza per evitare dossi e buche.
La pellicola risulta priva di mordente e l'intrigo non riesce a conquistare l'attenzione che meriterebbe, la suspence e l'azione ci sono, ma non ai livelli che era lecito attendersi.
Funziona, invece, assai bene per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi e affonda bene la trivella nella dimensione umana degli stessi.
Se lo si considera un film sulla crescita di Michael Clayton, tra dubbi e false certezze, alla ricerca di un posto al tavolo della verità, allora il risultato è più che discreto. Purtroppo non si può ignorare che quello che doveva essere il piatto portante della vicenda, ovvero la "costruzione" e la falsificazione dei fatti, finisce col divenire contorno.
Clooney veramente in grande spolvero.
[sei]

06/10/07

Luci della città

Le corde vocali sono amputate, la voce soffocata dalla pantomima traspirante emozioni che attraversano il contesto senza lasciare residui nel fitto filtro sonoro.
Il vagabondo trova conforto tra le braccia della statua dedicata alla (in)giustizia e ad una prosperità che lega il cappio al collo dell'uomo, essere insignificante al quale è concesso un timido respiro smorzato poi dalle pinze sociali. Charlot e il suo mondo collidono dunque con una realtà costellata di finte misericordie, di pacche sulla spalla date col pugno di ferro, di persone esili che non possono vincere al braccio di ferro contro l'esistenza.
La riconquista della dimensione umana avviene attraversando fiumi di alcool che causano la perdita di senno del potente, che scade dunque al livello del misero, dissipando totalmente la spietatezza che lo contraddistingue.
Al matrimonio con la causa dell'esistenza Charlot porta come fede la propria libertà, l'omino sposa l'essere umano, tenta di interrompere il suicidio a cui porta il darwinismo sociale mettendo sul piatto della bilancia la propria dignità.
Distrutto, bastonato da un mondo che non gli appartiene, calpestato da piedi pesanti, misero come non mai, sbeffeggiato, guarda negli occhi l'amore che prima era cieco, negandoci l'happy ending tradizionale per sostituirlo con una coltellata che non lascia speranza, il bicchiere non è mezzo pieno, è vuoto a metà.
Chaplin gira un film amarissimo, che si fonda sulla contrapposizione tra "visto" e "sentito" (con gli squillanti recettori del "dentro", non con il sordo orecchio "esterno"), sulla trasmissione del tragico attraverso i canali del comico. La morte della risata viene guadata da un patetismo assorbente e preponderante.
Durissimo, severo, Chaplin analizza il dramma sociale che lo circonda con una profondità che perfora l'immagine oltrepassandola dando vita ad un meccanismo decostruzionista che vuole e riesce ad essere manifesto umanista.
Lo scheletro della satira viene modellato con spoglia allegoriche congiunte per mezzo dei legamenti crociati del sarcasmo.
Voto superfluo.

05/10/07

Surrealismi, volume 2

“Il surrealismo si fonda sull'idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme di associazione finora trascurate, sull'onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero. Tende a liquidare definitivamente tutti gli altri meccanismi psichici e a sostituirsi ad essi nella risoluzione dei principali problemi della vita” (André Breton)

04/10/07

Free Burma!

Quando si tratta di sostenere esseri umani honeyboy non si tira indietro, e voi dovreste fare come lui.
Parlare serve a poco, facciamo qualcosa, o almeno tentiamoci:

- qui
- qui
e anche qui


firmate e date una pacca sulla spalla virtuale a queste genti (vedi foto), che è poco ma quanto di meglio si possa fare, da qui

02/10/07

Hairspray


Chocolat
Tanto per non tergiversare, diciamolo subito: questo è un filmone.
Quello che si richiedeva ad un film del genere: musica, una nuvola di lacca tale da bucare l'ozono, balletti, divertimento a cuor leggero, ottime coreografie, bei costumi e Christopher Walken. Cosa abbiamo avuto di più: il negro day, una buona galleria di personaggi e tanto cioccolato in movimento.
Si potrà dire che questa pellicola sia stereotipata, troppo "facile", ma è un musical non certo un trattato di sociologia. Tutti i temi toccati (giustamente) in modo superficiale lasciano spazio ad un sorriso lungo e largo.
A vincere sono i colori (quelli del film non quelli della pelle), a sorprendere la semplicità che riesce ad emozionare e ad abbattere i canoni estetici.
Si gioisce, ci si muove sulle poltroncine del cinema e si balla all'uscita.
L'atmosfera anni '60 inizia a scorrere nelle vene dello spettore fin dall'inizio, e il sangue si dirige tutto al cuore dimenticandosi del cervello.
Nient'altro da dichiarare.
[otto]
P.S: chiedo scusa per l'eccessiva sinteticità, sono davvero malatissimo!

01/10/07

Planet terror

Rodriguez è una figura mitologica con il corpo di uomo e la testa di cazzo.

Battute telefonate (due escluse), personaggi tratteggiati con lametta da barbiere (uno escluso), situazioni squallide prive di ironia, una sola idea divertente degna di nota (l'arma al posto della gamba).
Rodriguez sfida il buon gusto al meglio dei tre set e mette a referto un 6-0, 6-0.
Quando si crede che ormai il fondo sia stato raggiunto, ecco che Robert corre a prendere la zappa e inizia a scavare. Una omelette di budella, una marea di cazzate (anzi, uno tsunami), e qualche sequenza divertente che però non erge questo pastiche dalla serie z a cui appartiene.
E quando io pensavo che finalmente si fosse arrivati ad un limite (di indecenza) invalicabile, ecco che spunta fuori la storia di Bin Laden. No, non voglio crederci.
La fotografia, curata dallo stesso Rodriguez, è una delle poche note positive del film.
Il progetto "Grindhouse", in definitiva, è da bocciare, i due film sono in netto contrasto, Tarantino "bara" girando un film di serie A, Rodriguez non ottiene la promozione alla z nemmeno ai playoff.
Per la prima volta nella mia vita vedendo comparire sul grande schermo Tarantino non ho applaudito nè sorriso.
"Figliolo, ti lascio la pistola, spara un colpo al primo che vedi!"
"E se fosse Rodriguez?"
"Sparane due!"
Questo è un piccolo test gentilmente offerto da me per decidere se andare a vedere questo film o meno, se la battuta vi ha fatto ridere correte a vedere planet terror, se invece l'avete disprezzata (e io mi aspetto che sia così) potete pure risparmiare il prezzo del biglietto.
Nella mia personale classifica delle "cose abominevoli" scalza con violenza l'uomo delle nevi.
Capolavoro.
[due e mezzo]

dimenticavo, ho trovato la donna della mia vita, Rose McGowan:

bellina vero?