Due o tre cose che so sul TFF, parte due
Of Time and the City - Terence Davies ***
Le riflessioni che marcavano fortemente la trilogia di Terence Davies su sesso e religione si ripresentano in questo film, che è soprattutto un ritratto nostalgico della Liverpool "erosa" dal tempo. Combinando immagini di reportorio e non, aforismi, citazioni e musica Davies realizza un'opera molto poetica e intima, in cui passato e presente sono in campo/controcampo.
Les sept jours - Ronit e Shlomi Elkabetz **
Zuffa in famiglia ovvero sette giorni di ordinaria (e straziante) quotidianità.
Senza mordente e con una regia assolutamente piatta.
Real time - Randall Cole ** 1/2
Bella davvero l'idea: un killer (Reuben) deve fare fuori Andy, ragazzo dedito al gioco che non riesce a trovare i soldi per colmare i suoi debiti, e decide di lasciargli un'ultima ora di vita. La durata reale dell'azione e quella cinematografica coincidono. Pur senza particolari meriti il film si lascia guardare con discreto piacere, anche se la riflessione sulla fortuna poteva essere un po' più profonda.
24 City - Jia Zhang-Ke ** 1/2
Un film così punitivo non lo meritavano neppure i più grandi sostenitori del cineasta (tra i quali il sottoscritto). Documentario sulla Cina che progredisce devastando il passato, purtroppo costituito quasi integralmente da racconti di persone riprese con inquadrature fisse di durata punitiva.
Bellissima l'immagine del palazzo che crolla (che si contrappone a quella del palazzo che spiccava il volo in Still Life), in cui il fumo avanza lentamente e "invade" il quadro e il travelling verso l'alto che da un dipinto di un albero ci porta verso la costruzione della civilità.
La mia sostanziale pazzia (e amore per i ritmi estenuanti) mi ha portato ad apprezzarlo comunque (anche se rispetto a Still Life siamo due o tre passi indietro), ma non lo consiglierei neppure al mio peggior nemico...
Hunger - Steve McQueen *** 1/2
Il film che più ho amato (escludendo le retrospettive) di questo festival. Cinema di una fisicità devastante, con scelte stilistiche radicali (ad esempio il pianosequenza di 20 minuti a mdp fissa usato per riprendere un dialogo importantissimo sulle ragioni della vita) e di una intensità davvero provante. Steve McQueen, alla sua prima opera cinematografica, non scende a compromessi. Ne parlerò ampiamente a breve.
Let the right one in - Thomas Alfredson ** 1/2
Quanto siamo disponibili a perdonare i difetti?
Let the right one in (che uscirà in italia come Lasciami entrare) ne ha sicuramente, a partire da un uso davvero inappropriato degli effetti digitali (i gatti rappresentano la più grande caduta di stile di tutto il film) e dall'eccessiva voglia di essere accomodante con il pubblico (e di farsi piacere) aggiungendo cucchiaiate di zucchero a situazioni che non lo avrebbero richiesto.
Però, ecco, non si può negare la potenza emotiva del film, che parte come horror e prosegue come fiaba delicata, ben diretto (specie nella prima metà, con un uso intelligente del fuoco/fuori fuoco, di specchi e superfici vetrose) e con un finale davvero toccante.
Da queste parti, perdoniamo.
The edge of love - John Maybury *
Il film con cui è terminato il festival e forse anche il cinema così come lo conosciamo.
Aberrante in tutte le sue componenti visive, narrative e recitative (si salva solo il povero Cillian Murphy, mentre la Knightley non è all'altezza della, certo difficile, situazione).
Miscuglio insensato di dissolvenze sparate al mitragliatore, super 8 ed ellissi narrative. C'è persino una soggettiva dell'urina.
Davvero troppi i maestri del cinema che vengono profanati da questo film per poterli citare tutti, ma il mio pensiero va al grande Bergman, sbeffeggiato da una serie di inquadrature nefaste dei volti incrociati della Knightley e di Sienna Miller (senza per di più regalarci una di quelle scene saffiche che noi del pubblico maschile attendevamo con tanto ardore).
Melò (genere al quale sono affezionato, e piange il cuore vederlo trattato così) da conservare negli archivi dello squallore.
Le riflessioni che marcavano fortemente la trilogia di Terence Davies su sesso e religione si ripresentano in questo film, che è soprattutto un ritratto nostalgico della Liverpool "erosa" dal tempo. Combinando immagini di reportorio e non, aforismi, citazioni e musica Davies realizza un'opera molto poetica e intima, in cui passato e presente sono in campo/controcampo.
Les sept jours - Ronit e Shlomi Elkabetz **
Zuffa in famiglia ovvero sette giorni di ordinaria (e straziante) quotidianità.
Senza mordente e con una regia assolutamente piatta.
Real time - Randall Cole ** 1/2
Bella davvero l'idea: un killer (Reuben) deve fare fuori Andy, ragazzo dedito al gioco che non riesce a trovare i soldi per colmare i suoi debiti, e decide di lasciargli un'ultima ora di vita. La durata reale dell'azione e quella cinematografica coincidono. Pur senza particolari meriti il film si lascia guardare con discreto piacere, anche se la riflessione sulla fortuna poteva essere un po' più profonda.
24 City - Jia Zhang-Ke ** 1/2
Un film così punitivo non lo meritavano neppure i più grandi sostenitori del cineasta (tra i quali il sottoscritto). Documentario sulla Cina che progredisce devastando il passato, purtroppo costituito quasi integralmente da racconti di persone riprese con inquadrature fisse di durata punitiva.
Bellissima l'immagine del palazzo che crolla (che si contrappone a quella del palazzo che spiccava il volo in Still Life), in cui il fumo avanza lentamente e "invade" il quadro e il travelling verso l'alto che da un dipinto di un albero ci porta verso la costruzione della civilità.
La mia sostanziale pazzia (e amore per i ritmi estenuanti) mi ha portato ad apprezzarlo comunque (anche se rispetto a Still Life siamo due o tre passi indietro), ma non lo consiglierei neppure al mio peggior nemico...
Hunger - Steve McQueen *** 1/2
Il film che più ho amato (escludendo le retrospettive) di questo festival. Cinema di una fisicità devastante, con scelte stilistiche radicali (ad esempio il pianosequenza di 20 minuti a mdp fissa usato per riprendere un dialogo importantissimo sulle ragioni della vita) e di una intensità davvero provante. Steve McQueen, alla sua prima opera cinematografica, non scende a compromessi. Ne parlerò ampiamente a breve.
Let the right one in - Thomas Alfredson ** 1/2
Quanto siamo disponibili a perdonare i difetti?
Let the right one in (che uscirà in italia come Lasciami entrare) ne ha sicuramente, a partire da un uso davvero inappropriato degli effetti digitali (i gatti rappresentano la più grande caduta di stile di tutto il film) e dall'eccessiva voglia di essere accomodante con il pubblico (e di farsi piacere) aggiungendo cucchiaiate di zucchero a situazioni che non lo avrebbero richiesto.
Però, ecco, non si può negare la potenza emotiva del film, che parte come horror e prosegue come fiaba delicata, ben diretto (specie nella prima metà, con un uso intelligente del fuoco/fuori fuoco, di specchi e superfici vetrose) e con un finale davvero toccante.
Da queste parti, perdoniamo.
The edge of love - John Maybury *
Il film con cui è terminato il festival e forse anche il cinema così come lo conosciamo.
Aberrante in tutte le sue componenti visive, narrative e recitative (si salva solo il povero Cillian Murphy, mentre la Knightley non è all'altezza della, certo difficile, situazione).
Miscuglio insensato di dissolvenze sparate al mitragliatore, super 8 ed ellissi narrative. C'è persino una soggettiva dell'urina.
Davvero troppi i maestri del cinema che vengono profanati da questo film per poterli citare tutti, ma il mio pensiero va al grande Bergman, sbeffeggiato da una serie di inquadrature nefaste dei volti incrociati della Knightley e di Sienna Miller (senza per di più regalarci una di quelle scene saffiche che noi del pubblico maschile attendevamo con tanto ardore).
Melò (genere al quale sono affezionato, e piange il cuore vederlo trattato così) da conservare negli archivi dello squallore.



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