Galantuomini (Edoardo Winspeare)

Doverosa premessa: chi scrive questo post si aspettava molto dal ritorno sugli schermi di un film di Edoardo Winspeare. Moltissimo. Forse troppo. Senza sapere che in agguato, in una gelida serata di inizio Dicembre, c’era una delle più solenni delusioni di tutta la stagione cinematografica. Winspeare veniva da soli 3 precedenti lungometraggi, belli e interessanti, molto diluiti nel tempo. I primi due “Pizzicata” (1996) e “Sangue vivo” (2000), ottimi esempi di cinema “radicato” nella cultura e nei colori salentini, e il terzo, “Il miracolo” (2003), piccolo film, diverso e coraggioso. Se questo suo quarto lavoro (dopo la bellezza di 5 anni di pausa) doveva servire a corroborare le speranze (illusioni?) riposte in Winspeare e nel nascente cinema pugliese dei Piva e dei Rubini c’è, in realtà, ben poco da stare allegri. Pochissime le cose buone contenute in questo “Galantuomini”. Forse soltanto la protagonista (la brava Donatella Finocchiaro) e quanto ruota intorno al suo innovativo personaggio di donna coinvolta nella malavita organizzata salentina. Spiace moltissimo dirlo, ma tutto il resto in questa specie di “Gomorra” in chiave leccese lascia a desiderare in modo piuttosto palese. Trama già vista e scontata (con tanto di storia d’amore tra giudice e indagata), protagonisti maschili fuori contesto (insopportabili tanto Fabrizio Gifuni, espressivo e carismatico come un palo della luce, quanto Beppe Fiorello, macchiettistico bozzetto siculo-salentino di cui non si avvertiva la necessità), personaggi inconsistenti e, quello che più dispiace, regia assolutamente piatta e convenzionale se si esclude un flashback iniziale un pochino più interessante. Messa in scena in sostanza blandamente “televisiva”, nella più deleteria accezione del termine. Il film è stato prodotto da mamma Rai e la cosa può aver determinato più di una ricaduta nefasta in termini di casting e su alcune scelte artistiche. Questo tuttavia, a mio modo di vedere, non assolve per nulla il regista dalle sue responsabilità. Pesanti anche da un punto di vista oggettivo: il film conosce moltissimi momenti di stanca e tra l’altro non valorizza affatto quanto di buono ha a sua disposizione. A cominciare dagli attori (dell’ottimo e autoctono Lamberto Probo si sarebbe potuto fare il protagonista del film) e dalla ricerca musicale degli Officina Zoe per finire proprio con quel ricchissimo patrimonio di storia, cultura e suggestioni che al Salento (e allo stesso Winspeare) appartiene e che, purtroppo, sembra smarrirsi per strada. Insieme al senso generale dell’operazione. Dolorosamente insufficiente.

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