La felicità porta fortuna (Mike Leigh)
Per Poppy (una Sally Hawkins strepitosa), la protagonista del film, la felicità non è un qualcosa da conquistare ma un substrato sul quale costruire la propria vita. Per questo ci appare un personaggio anomalo e fuori dal mondo: sorride ed è felice anche quando non sembrerebbe necessario. Ma è lei che "non va" o il mondo che la circonda? Perché bisogna essere contenti della propria vita solo quando questa, apparentemente, ci premia? In realtà ogni istante in cui viviamo è un premio e questo Poppy lo sa bene. La felicità però sembra fondarsi sulla solidità e la certezza: le mura di una casa, una famiglia, una educazione rigida e rigorosa, vestirsi come il mondo ci impone, sentirsi uguali agli altri. Monotonia e disciplina. Poppy sovverte quotidianamente il (pre)concetto di felicità che ci stiamo costruendo, semplicemente sorride per motivi diversi dai nostri, che appartengono a quell'universo della semplicità che non sappiamo più apprezzare.Poppy non ama i libri che parlano di presunti ritorni alla realtà, ma Mr. Vertigo di Paul Auster (e da queste parti la capiamo benissimo) ovvero la storia di Walt il bambino prodigio, il ragazzino volante che raccoglie ovazioni librandosi nel cielo e un sacco di bastonate nel momento in cui deve affrontare la vita "a terra". Anche Poppy, in fondo, è una ragazzina (un po' cresciutella) volante, e come tutti i grandi levitatori sa che c'è anche il momento in cui bisogna poggiare i piedi a terra e fare i conti con la realtà. Perché l'intenzione di portare il sorriso sulla bocca del prossimo raramente va a buon fine, e bisogna misurarsi costantemente con l'incomprensione (una sorella dalla vita solida, un istruttore di guida che è l'emblema dell'infelicità, un commesso che non prende nemmeno in considerazione l'eventualità di fare due chiacchiere con una sconosciuta) di un mondo grigio che si beffa di quei pittori che, come Poppy, saprebbero ancora colorarlo.
La riflessione di Mike Leigh sui tempi che corrono è amarissima, necessaria nella sua dolorosità, eppure la cosa che più sconvolge di happy-go-lucky è la sua incredibile leggerezza, il suo sposare in maniera netta quella che è la struttura della commedia. Come se rappresentato (dolore) e rappresentante (gioia) costituissero un ossimoro.
Bellissimo.

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