31/01/08

La famiglia Savage


Non riesco a spiegarmi come questa perla non abbia avuto la distribuzione che meritava, probabilmente quella di portare il cervello in fase "ON" è una richiesta troppo grande, da parte mia.
L'incipit [dell'anno], che sembra schizzato fuori da un film di David Lynch, ripaga già [e ampiamente] il prezzo del biglietto.
Tutto questo per poi concentrarsi sulla scrittura, sulla composizione e l'evoluzione drammaturgica del film. Dallo straordinario all'ordinario in pochi secondi.
"La famiglia Savage" è uno spaccato minimalista [durante la visione più volte mi è balenato in testa Carver], un susseguirsi di quadri rarefatti, di atmosfere e di sguardi tanto inquietanti quanto normali.
La messa in scena della vita che rinuncia in maniera definitiva al patetico, la distruzione del nucleo familiare in atomi [che non vengono psicanalizzati ma sfregati contro i vetri frantumati della propria esistenza].
Probabilmente l'unità si ricompone nell'abitacolo di un'automobile, ove le urla e i gemiti di legami in decomposizione [humus] si incrociano definitivamente attraverso quei vetri.
Guardate come, dopo il fallimento dell'incrocio amoroso, l'infermiere sia solo un puntino lontano visibile attraverso il lunotto dell'auto [l'inquadratura più bella del film], la vettura è di nuovo il mezzo che media i legami, questa volta sentenzia la distanza, la non riuscita.
Il tempo non lascia speranze, sembra volerci dire la Jenkins, e il suo passaggio erode l'esistenza come il fiume che lentamente scava il suo letto.
Laura Linney, semplicemente perfetta [a tratti perfino inquietante].
Un film a cui vogliamo bene...

26/01/08

Into the wild

Errare è umano!

"Andai nei boschi perché volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita... per non scoprire in punto di morte di non aver mai vissuto." (David Henry Thoreau) [esistiamo? per rendere davvero consistente la nostra vita dovremmo riuscire a riassumerla in un singolo istante, sbarazzarci dell'enorme ed inevitabile vuoto dell'eternità (la nostra esistenza è eterna se la consideriamo come somma di istanti infinitesimi e spesso insignificanti)]

"L'arte è la suprema manifestazione della potenza dell'uomo; è concessa a rari eletti, e innalza l'eletto a un'altezza dove l'uomo è preso da vertigine ed è difficile conservare la sanità della mente. Nell'arte, come in ogni lotta, ci sono eroi che si dedicano interamente alla loro missione, e che periscono senza raggiungere la meta." (Lev Tolstoj) [l'intento di McCandless è anche estetico, una ricerca dell'arte nelle Cose]

"La materia è la grande illusione. La materia, cioè, si manifesta nella forma e la forma è un fantasma."(Jack London) [involontaria definizione london/leopardiana di cinema]



Pre-messa
: Se avessi messo il cuore in un sacchetto di plastica per poi gettarlo nel freezer in compagnia dei surgelati inizierei a scrivere tante cose acide e cattive su questo film: la regia è troppo sperimentale, lo split screen (anche multiplo) è usato nella maniera più dannosa possibile, la voce over è accumulo narrativo, sovraesposizione esplicativa totalmente inutile e quasi-cancerogena [e su questo non sarei nemmeno d'accordo con me stesso, per nulla].

Struttura? Movimento!: Linearità, la prima regola da abbattere quando ci si misura con le emozioni. Il patchwork, il collage spazio/temporale distrugge la storia del viaggio, è la filosofia stessa dello spostamento (il movimento, lo si voglia o no, risponde alla filosofia, i tentativi di analizzarlo fisicamente sono destinati a fallire) a ricostruire l'Esperienza.

Mimesi: Soggetto/Mediatore/Oggetto ---> McCandless/Natura/Pensiero [gli ultimi due intercambiabili]
Per capire il senso di una cosa la soluzione spontanea, impulsiva (alla quale giunge anche un infante) è l'imitazione.
I problemi sorgono quando ciò che tenti di imitare (fosse anche un'idea, un pensiero) è troppo grande.
La voce over è semplicemente un ingranaggio dei meccanismi mimetici del film, NON è spiegazione ma TENTATIVO di spiegazione e di immedesimazione, non una sovrapposizione sulla storia ma un racconto parallelo ipotetico (non sempre funzionale, specie quando diventa interpretativo) che tenta di intersecare quello reale.

Armonia forestale:
"Quell'aria aspettava il suo respiro; quei tappeti chiedevano d'esser premuti dal suo piede; quei cuscini volevano l'impronta del suo corpo." (Gabriele D'annunzio) [tappeti d'erba, cuscini di sabbia/neve]

sciogliere i ghiacci con il calore delle proprie lacrime
bucare i sentieri innevati con il peso della propria esistenza
scalare la montagna che porta allo straordinario
rotolare giù per accorgersi che a valle nulla è cambiato e potrà mai cambiare
non scendere affatto e fare i conti con sè stessi per accorgersi che quei conti non torneranno mai

Estetica naturale: Sbagliato (se non folle) vedere nella peregrinazione di "Alex Supertramp" motivazioni totalmente ideologico/evasive dovute a chissà quale tipo di schizofrenia. Il raggiungimento della felicità "estetica" avviene attraverso il ricongiungimento del "dentro" con il "bello" che gli occhi posso ammirare.
La felicità, in tutti i casi, è un'illusione. E la non-condivisione della felicità/illusione porta al rimpianto del contatto con le illusioni altrui.
Il dio a cui si rivolge il ragazzo altro non è che la natura (panteismo?).
società:
"society, have mercy on me
I hope you're not angry if I disagree
society, crazy and deep
I hope you're not lonely without me" (Eddie Vedder, Society)
denaro/consumismo:
Quando avremo il coraggio di ammettere che il valore intrinseco delle cose è l'unica cosa di cui tenere conto?
McCandless bruciando i soldi rinnega per sempre il valore nominale (e illusorio) delle cose. [se la cosa vi fa storcere il naso sarete da me malgiudicati, per sempre]
Pubblicizzare le mele, sempre.

Fagocitosi della modernità: Il senso è tutto in quella sequenza "scattosa" dove alcuni "istanti particolari" sono sottratti al flusso dell'immagine, frammenti di una quotidianità alla quale il Nostro non appartiene.
Lo vediamo entrare in campo, da destra, dietro di lui un ponte, il traffico automobilistico velocizzato, il tempo al quale non si può sfuggire neppure costruendosi uno spazio "alternativo" (nemmeno in Alaska, ormai, ci si può sottrarre all'umanità, anche se McCandless, sbarazzatosi della cartina e della bussola, si illude di avercela fatta).

Felicità/piacere, mere illusioni:
"Il piacere è sempre o passato o futuro, non è mai presente"
"La felicità è impossibile a chi la desidera" (Giacomo Leopardi)
Porsi come obiettivo il raggiungimento di uno stato di piacere non fa che alimentare la fiamma della sconfitta. La natura non fa che illuderci continuamente che la felicità sia a portata di mano.
Porre domande alla natura è necessario, purché non si esigano risposte.
Cercare rifugio da sè stessi, dagli altri, dalle proprie paure.
Chiedere asilo alla natura è un atto nobile, coraggioso.

L'indispensabilità del legame umano [possibili spoiler, ma nulla di esagerato]: La tesi stirneriana (espressa in "L'unico e la sua proprietà") che vorrebbe annullare l'importanza del legame viene ribaltata, in "into the wild" è "l'unico" a perdere importanza, a rimpiangere "l'altro".
"Non esiste nessuna felicità se essa non è condivisa".
Il finale ci mostra uno stupendo "montaggio delle attrazioni", prima un montaggio parallelo (dialettico) Chris/cielo, poi natura (legame indebolito), infine abbraccio con la famiglia (legame rafforzato?).
Errare è umano, l'errore è lasciare scie di sofferenza alle spalle delle proprie idee.

Colonne portanti:
letterarie:
non mi soffermerei molto sul libro di krakauer, solo, se non lo aveste letto, non attendete oltre!
musicali:
la colonna sonora di Vedder (stupenda), seppur (ovviamente) extradiegetica, sorregge l'immagine. le parole, le note esprimono e completano il senso del filmico.

(S)Considerazioni finali:
Una delle riflessioni più importanti degli ultimi anni, in parte macchiata da una regia non sempre all'altezza della situazione.
Quello che conta però è il coivolgimento, e quello (parlo per me) non è assolutamente mancato.
Si parlava di echi herzoghiani, e ci sono, ma gli intenti e i risultati divergono decisamente dall'opera di Herzog.
In sostanza, bellissimo.

[ringraziamenti: grazie mille a lui per il template, sono commosso]

23/01/08

Il cielo sopra Berlino


Continuità nello spostamento, movimenti immateriali (la mdp sfugge alle logiche dell'occhio umano) che sembrano compiuti da piume sospinte dal vento, lo sguardo degli angeli che danza nell'aria.
Suoni dentro, dialoghi/pensieri che si alternano, flussi di parole che descrivono stato/azione (ma soprattutto lo stato interiore).
Realtà invisibili, come lo sono i colori per gli angeli (il bianco e nero testimonia il pdv angelico), realtà non smascherabili attraverso la visione del colore (il colore testimonia il raggiungimento di un desiderio "umano").
Il tempo che non sa scorrere appesantisce l'esistenza, costringe l'uomo a "terra" a non saper volgere gli occhi verso l'alto (e dunque a vedere gli angeli).
Pensieri in disordine che richiedono la chiusura degli occhi (l'esclusione del mondo/fuori alla ricerca di risposte che arrivino dal "dentro").
Wenders dirige la sua sinfonia poetica, l'elegia a Berlino e all'uomo invitato ad alzare gli occhi per liberarsi del grigiore che lo circonda (e a non spiccare il volo, come fossimo trapezisti, perché il grigiore si sovrasta solo ad altezze "umane", guardare dall'alto verso il basso non consente di comprendere la grandezza che risiede nell'umanità).
Si ha forse l'impressione che il fiume in piena di parole travolga l'immagine, la screditi, ma forse ne sottolinea il carattere illusorio. Il Verbo esprime l'innocenza interiore (il fiume sfonda le dighe per sfociare nel simil-intellettualismo? forse è più corretto credere che sia finito nei mari dell'espressione artistica).
Forse le parole hanno lasciato dei detriti, unici compagni di esistenze (angelico-umane) ormai divenute impotenti.
Capolavoro.

20/01/08

Buena Vista Social Club


Il cinema (un po' come la pittura) è probabilmente il mezzo attraverso il quale, con il supporto delle tecnica, si donano vita e pensiero all'immagine. Ma quando le immagini sono esse stesse "vitali" il cinema si accomoda sulla poltrana diventando oggetto invisibile che scruta l'esistenza senza doverla "condire".
Questo accade in "Buena Vista Social Club", non è più il ripreso ad essere al servizio del riprendente ma viceversa, la macchina da presa si trova immersa in un mondo da osservare, è spettatrice tanto quanto noi, gira intorno ai personaggi per scrutarli come farebbe un bimbo curioso, si muove con una leggerezza tale da portarci all'interno di esistenze, speranze, sogni: stiamo toccando con mano la realtà.

Non siamo più in grado di dire se questo sia solo cinema, la frattura linguaggio/realtà è troppo ampia, il nostro occhio va a pescare nel cuore, interroga l'orecchio, di fatto schiaffeggia la nostra volontà (e forse addirittura capacità) di valutare.
Queste fratture le ricomponiamo noi, perché un film lo viviamo/vediamo in stretta funzione della nostra esistenza, il fiume delle immagini (ed il flusso dei suoni) finisce sempre con lo scontrarsi con la diga del nostro dentro (interiorità "inquinante", ma in senso positivo).
Le immagini di Cuba, isola infelicemente felice dove il pugno si affronta con il sorriso, sono istanti sottratti alla vita, attimi strappati alla quotidianità che rimbalzano sullo schermo (e che forse addirittura lo bypassano).
Sono occhi incantati quelli che osservano Ibrahim Ferrer, Compay Segundo e tutta la compagnia vivere, orecchie spalancate ed estasiate quelle che li sentono suonare/cantare.
Raccontano la loro vita alla macchina da presa e hanno finalmente occasione di rispolverarsi, di farci vivere e sentire i loro sogni, di farci entrare nel loro mondo e farci toccare i loro strumenti (in questi loro brevi racconti si evince un legame quasi "di sangue" con lo strumento suonato, probabilmente, a giudicare dal talento, le note davvero scorrono nelle vene di queste persone).
Questi artisti ci fanno vivere un'orgia sonora di proporzioni indescrivibili.
Meraviglioso.
[non voglio nemmeno credere che questa sia una recensione, forse è solo condivisone di un sentimento, per quello che può valere]

19/01/08

Wim Wenders Week


Come già annunciato tempo fa si apre da oggi, in stretta collaborazione con gli amici di cine-rhum, la Wenders week, in pillole una carrellata di post sconnessi su film a caso del regista tedesco.
"Perché lo fate?"
"Non esiste altro".
(chi ha visto un certo corto capirà...)

18/01/08

Pierrot le fou (il bandito delle undici)


Le immagini di questo film di Godard non sono semplici componenti elementari di un disegno sofisticato, sono già esse stesse raffinate, entità/icone sintattiche autonome che racchiudono un senso. La sequenza delle stesse (un macromondo) serve dunque a costruire un senso ulteriore (ma non superiore), quasi come se i quadri fossero in grado di dialogare tra loro (e quindi è come se il movimento creasse una dialettica temporale, come se l'attimo passato, presente e futuro fossero percepibili contemporaneamente come "media armonica").
Godard costruisce una galleria di quadri/puzzle da distruggere, interroga e studia ogni singolo frammento per poi ricostruire il tutto e dare nuova vita all'immagine risultante.
La ricerca di un nuovo codice, di un linguaggio di espressione personale: Godard non interroga solo l'arte ma sè stesso, si chiede continuamente come l'immagine vada costruita ed incollata ad un'altra, quale sia la funzione di ogni singolo piano.
Godard fa un uso totalmente libero (direi liberatorio) e inorganico del montaggio, il suo è un voler rifiutare una costruzione narrativa omogenea: sono le immagini a dover parlare. I piani sono quindi giustapposti e concatenati in modo da colpire lo spettatore e spostarlo dalla "storia" alla "materia filmica".
Questa costruzione, questo gioco porta su un piano superiore il senso dell'atto sotterrando la logica dell'azione stessa, il mostrato finisce con l'avere la stessa importanza del non mostrato. Il senso può essere all'interno del quadro o fuori, essere fuori campo e avere un peso maggiore di quello che possiamo vedere. Ed anche "ciò che è in atto" può finire fuori campo oppure essere negato da un salto (l'avvenimento "cinematografico" non è la riproduzione fedele di ciò che accade in Natura), quindi "aver luogo" non equivale a "esser mostrato".
Importante, se non fondamentale, l'uso del sonoro. Ogni nota, così come ogni fotogramma, è entità autonoma, nuovamente un micromondo significante.
Il gioco è lo stesso (anche se immagine e suono non viaggiano in parallelo ma su treni divincolatisi dai binari che a volte finiscono con lo scontrarsi), la successione dei suoni nuovamente non segue una logica narrativa (e la musica non serve a rafforzare l'immagine quanto a comunicare un senso che va a sovrapporsi alla stessa).
I personaggi dei film di Godard sembrano sempre essere finiti sullo schermo per caso e non subiscono deliniazioni specifiche, sono incoerenti e agiscono senza concedere possibilità di previsione. Identità doppie (Pierrot/Ferdinand, avventuriero-giramondo/intellettuale), identità sfocate ed implose nell'autocompiacimento (Marianne).
L'unica possibilità che ci fornisce Godard di scrutare i personaggi è costituita da quei frammenti letterari, quelle righe scritte a mano che compaiono nell'inquadratura (la letteratura si unisce a musica, cinema e pittura, un insieme di organismi autonomi ma complementari).
Un film assolutamente imprescindibile, che riesce a trascinare ed allontare dalla storia in maniera quasi geometrica, precisa (ma il coinvolgimento non va ricercato nella storia: bisogna lasciarsi abbandonare al flusso delle immagini), un'operazione cinematografica (e soprattutto artistico/citazionista) davanti alla quale non si può far altro che prostarsi in ginocchio.

17/01/08

Principessa Mononoke


Miyazaki è un musicista che suona con le foreste, con gli spiriti e con l'animo umano producendo melodie di una bellezza da definirsi maestosa.
Non basta tendere l'orecchio per sentire un'albero parlare, occorre ricordarsi come lo scopo dell'esitenza sia la ricerca, incessante, dell'armonia.
Uomo e natura non possono entrare in conflitto perché sfere pensanti (che le componenti siano animate o meno non cambia, la globalità delle cose è avvolta dal pensiero) tanto unite da essere indissociabili.
Qui si va oltre la meccanica, dunque, per spingersi nella dialettica del pensiero, ci sono interiorità che comunicano in maniera naturale oltrepassando l'artificio meccanico della parola (come se la natura avesse una sorta di linguaggio universale traducibile solo da chi si trova in perfetto equilibrio con la stessa).
La sfera divina (qui un succo concentrato d'anima all'interno della materia) si limita semplicemente a manterene l'equilibrio (e bilanciare a volte è un atto che prevere forti contromisure) tra le varie forme di esistenza.
La poesia è un mezzo espressivo di potenza atomica e le immagini panpsichiche di questo film sudorano poesia, il quadro naturale esterna anch'esso pensiero, il disegno entra nella natura, ne strappa l'essenza per portarla al nostro sistema percettivo (occhio/orecchio).
La storia, come sempre, riesce a trascinare emotivamente, a coinvolgere grazie alla sua (apparente) semplicità.
Aggiungiamo la colonna sonora di Hisaishi (l'estate di Kikujiro...) ed il capolavoro è tratto (uno dei migliori Miyazaki in assoluto).

13/01/08

Cinebloggers Award

Una serata in cui due persone (io e la cara "MissBlum", scritto così o si arrabbia...) si mettono a cazzeggiare non sai mai cosa può saltar fuori.
Ci sono solo (cine)blogger che entrambi conosciamo, qui sotto, è bene che lo sappiate.
Il post gemello (gemellissimo!) si trova qui.


Osella "mò vi spiego come si fa una vera critica cinematografica":
il cinema-pavimento! (Ohdaesu vs Deleuze)
Osella "lettera d'amore": Lars nun ce lassà (Delirio a Lars Von Trier)
Premione "Vintage": Pickpocket83
Premio "Murnau”: Cinedelia
Premio “Schemetti”: Trino
Premio speciale "Ang Lee" (se no che giurati siamo?): Mr davis
Premio "Lo leggo e mi inchino": Cinemasema
Premio "vive la France!": Souffle
Premio "header del giorno 365 giorni all'anno": Iggy
"Premio offerto che non potrà rifiutare”: Noodles
Premio "decostruiscimi tutto": Deliriocinefilo
Premio "poi non dire che lui non te lo aveva detto": Kekkoz
Premio "ingegnere. ma chi ci crede?": Honeyboy
Premio "ci manchi": PogoOpossum
Premio "perché se lo merita": UnoDiPassaggio
Premio "Malick si scrive così!”: Trinity
Premio “leningrad cowboys”: MissBlum
Premio “did you kill him? Not yet” : MissVengeance
Premio “m'è garbato the fountain”: Edooo
“Coppia Volpi”: Para e Chimy
Premio speciale “saponetta di fight club”: Contenebbia
Doppio premio "cacciatore di balene volanti" e "derisore di film scritti in maiuscolo": Ohdaesu

Io sono leggenda


Il film parte bene, se non benissimo, introducendoci all'interno della vita di Neville, nudo come la New York apocalittica che lo circonda, talmente solo e separato dal legame umano da tentare la comunicazione con dei manichini. Quel montaggio parallelo Neville/Samantha (che è il suo cane) con tanto di desonorizzazione inserisce l'elemento tensione, vissuto alternativamente dagli unici occhi possibili in quel deserto deumanizzato.
Se il lavoro fatto sul personaggio è perfetto quello fatto sui "mostri" è decisamente superficiale, il processo evolutivo è inviduato da salti logici abbastanza ampi che lasciano spazio all'ambiguità. Il problema è spaziale, dopo aver caratterizzato Neville non si riesce a fare lo stesso sullo spazio che lo circonda.
Non si riesce ad imbastire nessuna riflessione convincente o profonda sul Totale perché ci si concentra troppo sulla leggendarietà del singolo. La comunicazione dell'apocalisse, della sconfitta dell'uomo è eseguita praticamente solo attraverso quello scorrimento all'indietro che ci allontana dall'autovettura ferma (l'umanità non è più un treno in corsa).
Il problema è che ci si stacca, senza aver nemmeno approfondito, la questione umana per spostarsi su un piano teologico, l'uomo che sta cercando di sostituirsi a dio ne esce inesorabilmente sconfitto, ma per far ciò si serve di alcuni dialoghetti e di una scena finale (frettolosa) che fanno un po' lezione di catechismo.
Il film ha alcune scene forti (quelle che sfruttano la luce come mezzo separatorio tra uomo e "mostro"), intervallate però da momenti abbastanza vuoti, essenzialmente privi di idee (ed anche i flashback non sono convincenti).
Peccato perché il film dimostra che un uso funzionale dell'effetto speciale è ancora possibile, perché c'è una sequenza (non vi anticipo quale) che riesce a lasciare il dolore fuori campo e a colpire abbastanza duramente, perché Will Smith dimostra di essere un ottimo attore (il peso del film è praticamente tutto sulle sue spalle).
Film nella media, a voi scegliere se accontentarsi o meno.

12/01/08

Io ve lo dico, poi fate voi.

Le pagine di un libro mai scritto. Parole scritte lanciando i dadi.
Insomma, un mio secondo blog. Clicca, a tuo rischio e pericolo.

11/01/08

Cous cous (La Graine et le mulet)

RITRATTO DI FAMIGLIA

Un verismo (qui in miscela con "l'artificio" del cinema) fortemente incollato alla dimensione umana tagliuzza una famiglia e scava nei volti dei singoli componenti. Un piccolo puzzle narrativo in cui ci sono solo le tessere necessarie.
Personaggi che corrono a vuoto, sventrati come quei cefali da cous cous, alla ricerca di un legame. Personaggi nudi e freddolosi dagli occhi sognanti (e spesso lacrimanti) si trovano all'interno di una realtà familiare incerta nella quale reagiscono diversamente, spesso incongruentemente.
Ed è la descrizione del quadro familiare il "piatto forte" di questo film, il cui senso è tutto nella meravigliosa sequenza del pranzo, un frammento rubato alla quotidianità, una riunione corale di soggetti (dento/fuori dal tavolo, uniti inserobilmente dal cous cous) comunicanti (e incomunicanti).
Quasi nessun calo di ritmo (anche grazie ad un montaggio abbastanza serrato), attori diretti in maniera superba, narrazione frammentata efficace nel ricostruire l'Unità.
Ecco, qualcosa non convince del tutto, qualche sequenza troppo tendente al malinconico (il pianto della donna tradita, giusto, ma sul quale si indugia un po' troppo per le lunghe, ad esempio), una c-ostruzione che se incastona mattoni in maniera precisa (a costo di qualche, perdonabile, forzatura) lascia poco spazio all'immagine, dialoghi a tratti troppo insistiti e macchina da presa troppo incollata ai volti dei protagonisti (il che è comunque abbastanza necessario all'economia del film).
A parte qualche (comunque piccola) riserva, questo è decisamente un buon prodotto, chiaramente il film da vedere della settimana.

10/01/08

Elegia di un viaggio (Elegia Dorogi)

"Le soluzioni immaginarie sono il vivere e il cessare di vivere. L'esistenza è altrove." (André Breton)
Si potrebbero perdere tre quarti d'ora per cercare di catalogare quest'opera di Sokurov (una sorta di preludio a quello che sarà "Arca russa"), lo stesso tempo però potrebbe essere speso in maniera decisamente migliore: per rigodersela.
Un viaggio da oriente a occidente in soggettiva/semisoggettiva (ma una soggettiva improbabile, impossibile, "angelica" per come ci porta fra le nuvole e per come ci fa viaggiare a pelo d'acqua sul mare) reso possibile dalla distruzione dell'arca del tempo. Il cinema di Sokurov (un treno in corsa) gioca con lo spazio/tempo e sembra quasi costruire una ulteriore dimensione per inglobarlo, quella spirituale/artistica.
Il prima ed il dopo possono fare la loro conoscenza e scambiarsi uno sguardo all'interno dell'arte.
Le immagini, di soave bellezza, ci conducono per mano fra paesaggi innevati, case desolate, mari impetuosi e rendono definitivamente vivo, vicino, "tastabile" con gli occhi tutto ciò che rapiscono, catturano.
Questa voce narrante, nuovamente impossibile, dell'Io in soggettiva, è un flusso poetico interminabile, una voce lirica che scivola fuori dallo schermo per catturarci.
Non solo la poesia finisce per essere inglobata, in questa elegia, in questo buco nero divoratore, ma anche la pittura che, incredibilmente, prende vita (eterna), ci guida attraverso il "senso delle cose" . Sokurov ci trascina all'interno dei quadri con la mdp e riesce a rapire quelle immagini pittoriche per trascinarle nel cinema. Il russo, ancora una volta, ci ricorda che il cinema è magia.
I limiti, nuovamente, sono stati cancellati e spostati chilometri più avanti, alla fine di questo breve (ma solo per durata "effettiva", dato che quella percebile è dilatata dalla nostra esistenza, scontratasi con l'immagine-tempo) viaggio la bocca non può che rimanere spalancata.

08/01/08

Il gusto dell'anguria


Taiwan 2005 REGIA: Tsai Ming-liang

Inizia così, "il gusto dell'anguria", con una inquadratura fissa sotterranea in cui soggetti sono definivamente fuori campo, dato che della comparsa nel campo è percepibile solo la natura "oggettuale", deumanizzata.
E i soggetti non si relazionano, neppure quando la loro dimensione umana verrà restituita: l'oggetto si interpone tra i corpi, è un mediatore/separatore che nega la possibilità di esprimere la passione con il sesso.
Nella (stupenda) sequenza successiva (che definirei sinteticamente "anguria/vagina") vi è una privazione ai personaggi, la negazione della possibilità di concepire un legame (sessual-"manuale") non mediato, l'oggetto che si interpone nell'azione sessuale è l'anguria, e la cosa stupefacente è come la stessa non sia "muro" quanto tramite.
Perfino l'autoerotismo è mediato dagli oggetti.
E nel finale (perfetta conclusione del discorso) nuovamente un oggetto si interpone all'unione sessuale (per via orale, in questo caso...), e questa volta è una finestra con le sbarre che "consente" (l'azione) ma non "permette" (l'indipendenza dell'azione, che resta mediata).
Il finale dunque, a ben vedere, è tremendamente pessimista dato che celebra l'irraggiungibilità della passione/unione: l'interazione dell'uomo con il cadavere (soggetto deumanizzato, forzatamente inanimato) non è un atto sessuale (a ben vedere è uno "stupro asessuato", espropriazione del corpo ma non violazione dell'intimità, in quanto essa è cessata di esistere) così come non lo è il seguente tentativo con l'amata, dato che tra i due si interpone quella finestra di cui parlavamo prima.
Probabilmente per Liang il sesso è l'atto completante (e non giustificante, come erroneamente ci ha mostrato Ang Lee), che seppur ostentato continuamente ( ma il film è lontano anni luce dalla pornografia) non viene raggiunto (e quindi il sesso non è solo azione meccanica ma passione non mediata, nella sua dimensione di completamento). La difficoltà di completare la fusione di due soggetti è evidente (quel pompino finale è una delle scene più asessuali mai viste: sperma e sudore paiono fondersi per dar vita alle lacrime), il risultato del tentativo d'unione è negato (l'azione dà "frutto", è proprio il caso di dirlo, al parto dell'anguria, di nuovo, l'oggetto che nega il soggetto).
Oltre alla negazione di un legame corporeo non mediato vi è quella che rende impossibile l'instaurarsi della comunicazione.
Perfino il verbo è stato sottratto e rimpiazzato dagli oggetti, che ne sopperisco il compito (sono le angurie, clamorosamente, a "parlare").
La parola sembra tornare, prepotentemente, nel finale: "aprile le gambe", ma è di nuovo un rimando ad un oggetto (sempre la donna inanimata).
I quadri costruiti da Liang sono saturi, incastrano tutti gli oggetti, riducono le esclusioni ai minimi termini. I personaggi si ritrovano così ad essere ammanettati da inquadrature fisse e sbattuti in carceri suburbane (i corridoi, per esempio, in cui paiono essere segregati e privi della possibilità di uscire).
La saturazione però viene accumulata, e prima di divenire intollerabile sfocia nel surrealismo. Questo sfociare non è mai però infunzionale, anche se diverte in un contesto amaro (splendide, geniali, le sequenze musical-kitsch) riesce a trascinare un senso dentro l'immagine (le bolle di sapone che escono dal rubinetto), a comunicare visivamente.
Da vedere assolutamente.

Encounters at the End of the World (Herzog)

Il 16 gennaio in anteprima a Torino l'ultimo documentario di Herzog: "Encounters at the end of the world".
Non aggiungo altro.

06/01/08


"Al pari della Creazione, anche la morte del sistema solare avverrà con maestoso splendore". (W. Herzog)

04/01/08

Lust, Caution! (Lussuria)


ATTENZIONE, MANIERA!

Il cinema di Ang Lee, seppur ci sia qualche notevole passo in avanti, non riesce ancora a riflettere sui corpi (perché se ne impossessa) e a far suo il concetto di modernità.
Lo stupro dei personaggi (che non ci trasportano per mano) non riguarda tanto lo sguardo (Ang Lee da spazio al pdv dei protagonisti, nelle sequenze appunto meglio riuscite del film) quanto il corpo. Corpi non focalizzati (o messi a fuoco senza uno scopo) si ritrovano ad essere ostentati senza che si possa capire chi ne sia il dominatore (sarebbe una forzatura rivolgersi al Tempo, allo Spazio, al Corpo, allo Stato proprio perché il dominio è tanto esile da essere ininfluente).
Non si rischia nulla, si percorrono autostrade che portano alla bellezza adoperando segni un po' a secco di senso. E le scene di sesso spinto, di cui si è tanto parlato, sono una vera e propria delusione: oltre ad arrivare quando ormai il film ha già stancato ostentano i corpi in una maniera tanto programmatica ed intensiva da cancellare desiderio e immaginazione, tanto da confondere dominio e amore (lui domina lei, lei domina lui, ma l'interazione tra i due non nasce, nonostante la piccola lezioncina di kamasutra), tanto da far pensare che siano messe lì (nessuno dice che non siano delle belle scene, ma sono fuori contesto) giusto per scandalizzare (operazione che col sottoscritto non può che fallire...). Insomma i coglioni di Tony Leung vengon fuori al momento sbagliato, la prima parte del film è fredda, la vampata di calore ingiustificabile.
Eppure c'è un sottile spiraglio per le emozioni, che trapelano (non dai corpi, purtroppo, ma almeno dagli sguardi) tra un colpo di fioretto precisino e l'altro che mi ha fatto piacere questo film molto più dei precedenti film di Ang Lee da me visti (e forse il merito è anche in parte della stupenda colonna sonora).
Ben confezionato, come al solito, fotografia eccelsa e cast veramente eccezionale (la coppia Tang Wei - Tony Leung è Immensa), ma è come parlare di un pacco regalo dal fiocco d'oro di cui ci delude ciò che sta dentro.
La sceneggiatura poi è veramente un calcio nei gioielli, e alcune sequenze sono ridondanti al loro interno (più che tagliare delle scene io avrei tagliato all'interno delle scene).
Non gli si nega la sufficienza, ma forse è il caso che io rinunci definitivamente al cinema di Ang Lee.
Leone D'Oro a dir poco eccessivo.

Lars e una ragazza tutta sua


Il 2008 cinematografico inizia così, con questa perla, una piacevole sorpresa.
L'ottima idea di partenza (un ragazzo che si innamora di una "realdoll" comprata su internet) è il substrato ove si incastrano il malessere, la solitudine e i sogni di un uomo.
"Lars e una ragazza tutta sua" è una fiaba delicata che racconta l'esistenza di Lars senza deridere le sue stravaganze, la sua anormalità.
Rinuncia alla riflessione "sociale" per concentrarsi sul rapporto/legame tra persone che non riescono a comunicare e relazionarsi.
Ed è proprio l'elemento "siliconato" a fare da collante a questi rapporti plastificati, l'elemento estremo riporta il legame nella sua dimensione normale dimenticata.
Una fiaba dai toni leggeri, al di là delle piccole riflessioni possibili, che riesce a divertire e commuovere con facilità (e onestà), una brezza piacevole.
Commedia a volte troppo scritta, a tratti un po' ingenua (ma mai stupida) e con qualche dialogo depennabile, ma sempre godibile e con una galleria di personaggi ben assortita.
Note di merito a tutto il cast, ma il film è di Gosling, veramente eccezionale nei panni di questo personaggio bizzarro (che riesce a farci percepire come "normale", più umano del mondo-fuori che lo circonda).
Da vedere.

03/01/08

L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford


"La fine, che è una certezza, non dev'essere per forza annunciata con spavalderia." (Philip Roth)

Lo spettacolo, semplicemente, (rin)negato.
La montagna del mito abbattuta dal vento esistenziale.
Non c'è più spazio per gli eroi nell'arena, sono le controversie del "dentro" a sfidarsi.
Inquadrature congelate, contorni sfocati, dilatazioni temporali interrogano i corpi che danzano nello spazio senza che questi forniscano come risposta "azione" ma "pensiero" (il pensiero genera tensione crescente).
L'uomo che tenta di raggiungere il mito ottiene una illusoria vittoria perché il mito si abbassa al livello umano per "spolverare il quadro" della sua esistenza, ma il mito non passa di mano, il mito ha il pieno controllo del tempo, non muore mai, rivive negli altri.
Ma l'assassinio è qui quanto di più vicino ci sia ad un suicidio duale, una sottrazione reciproca del respiro.
Uomini sviscerati, fantasmi.
Maestoso, importantissimo, il film di Dominick.
La pluricitata sequenza dell'assalto al treno (con preludio dai sapori espressionisti) è sicuramente una delle sequenze più belle (prepotentemente antispettacolare e "fumosa") viste negli ultimi anni.
Oltre alla superba fotografia ciò che colpisce è l'uso della voce narrante (che, ad occhio e croce, accompagna un terzo del film), mai invadente ma sempre avvolgente, che strattona la storia portandocela alle orecchie per lasciare che l'occhio possa zoommare sul Cinema.
Problemi spazio/temporali nella fase centrale (quella più problematica) anche abbastanza marcati ma semplicemente trascurabili di fronte alla potenza dell'Immagine e l'escavazione dei (e soprattutto NEI) corpi.
Brad Pitt, sempre sottovalutato (e questa volta giustamente premiato), nevroticamente monumentale (una delle sue migliori prove), Casey Affleck ci mostra come anche mamma Affleck sia stata in grado di partorire qualcosa di buono (la sua naturalezza fanciullesca riesce a trasportare con ogni singola espressione e parola).
Meraviglioso.
[nel classificone sarebbe finito alla numero 6]