29/04/08

Hype!


Fatemelo dire: MAMMA!

28/04/08

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki)


Parte della trilogia dei perdenti (insieme al capolavoro "l'uomo senza passato" e allo splendido e snobbato "le luci della sera").
Kaurismäki, con coerenza, ha sempre portato avanti un cinema strettamente incollato ai "margini" dell'umanità (come se quadro e cornice assumessero, quando inquadrati, uguale importanza).
"Nuvole in viaggio" ci parla di una coppia di piccole persone che hanno perso un piccolo lavoro e una felicità assolutamente "marginale". Una vita (dentro il cinema) fatta di lotta per la dignità, per la conquista di un piccolo sorriso quotidiano. Kaurismäki ironizza (la sequenza del televisore: una piccola conquista dell'inutilità), ma con profondo rispetto per l'umano respiro che si nasconde dietro la banalità di un'esistenza povera e vuota. La perdita del lavoro diventa un pretesto per mostrare appunto quanto quel lavoro fosse "marginale", espressione di quella felicità/illusione dalla quale i protagonisti sembrano non poter fuggire.
La macchina da presa si muove poco, quando lo fa solitamente indietreggia, come spaventata dalla vita. Una sequenza è molto particolare: la mdp si trova davanti alla protagonista, arretra di colpo, un tram le passa davanti e si interpone, la vita sembra essere effettivamente fuggita dall'inquadratura, ma gli effetti del dolore sono ancora tangibili quando il tram esce dal campo.
Non fatevi ingannare dal finale, è molto più amaro di quanto non possa sembrare. Basti vedere come la macchina da presa inquadra i due protagonisti che, a felicità riacquisita, osservano le nuvole nel cielo. Non ci viene offerto un controcampo, quelle nuvole restano lontane e fuori campo, parte di una realtà troppo grande che i due possono solo sognare di afferrare. La vita di Ilona e Lauri continuerà a essere piccola e "marginale".
Il cinema di Kaurismäki, al contrario, continuerà a essere gigantesco.

25/04/08

Pat Garrett e Billy the Kid (Sam Peckinpah)

Sono ancora vivo, ma sono stato malissimo.
Ho appena finito di vedere PGeBtK e, fatemelo dire, trattasi di un film a dir poco fenomenale.
Tramonto di un'amicizia scandito a colpi di pistola, colpi IN scena. Non vi è più Legge: i bambini si mettono a giocare con un cappio. L'omicidio è routine. Pat Garrett, nel ristabilire l'Ordine, "disordina" sé stesso: spara contro la sua immagine riflessa nello specchio. Dopo aver consumato il tradimento, il vecchio Pat, si allontana mestamente, il mondo sta cambiando e lui non vuole finire fuori campo, la sua figura rimpicciolisce fino a divenire insignificante. Billy the Kid, steso a terra e fuori campo, non è mai stato così grande.
Un concerto maliconico con il grande Bob Dylan ai violini (la colonna sonora è, come si suol dire, la ciliegina sulla torta). [I'm not there, Richard Gere, ricordate no?]

19/04/08

10 cose di noi (Brad Silberling)


"Vi sono mancati i miei post vero?"
"Manco per il cazzo!"

"Ah, perfetto!"
PREMESSA

Questo film è l'occasione giusta per parlare, brevemente (e superficialmente, come abitudine) del rapporto tra grande schermo e vita reale. La mia affermazione (sconvolgente) è questa: il set e la vita sono esattamente la stessa cosa. Il problema fondamentale che si viene a porre è questo: la vita "cinematografica" spesso non combacia con la nostra visione della stessa, e da qui nasce una "distanza", nel peggiore dei casi addirittura un "rifiuto". Il cinema non è solo una rappresentazione della vita che spesso ci pone interrogativi pesanti, ma un prolungamento della nostra interiorità sullo schermo (1). Aver coscienza di non poter evitare di vedere parte di sé stessi durante la visione di un film è il miglior modo possibile per uscirne poco "turbati".
Voglio essere banale: questo vuol dire che a) le reazioni estreme come pianto e derisione non sono dovute interamente al film (che scoperta!), b) la banalità è sempre negli occhi di chi ce la vede c) l'intrattenimento è sempre sulla bocca di chi sta ridendo (2) .... e si può continuare. Cosa ci azzecchi tutto ciò con questo film lo scoprirete qui sotto (forse).
IL CINEMA SCONFINA NELLA VITA, E VICEVERSA
Uno degli aspetti più interessanti "10 cose di noi" è la sua metacinematograficità. Questo il film lo mette bene in chiaro fin dal bellissimo dialogo iniziale.
Se non lo aveste letto da qualche parte ve lo dico io, in "10 cose di noi" c'è Morgan Freeman nella parte di sé stesso (3). La vita è qui rappresentata come un grande set che rispetta le leggi del cinema (4): bisogna sempre "saper entrare in scena" per cavarsela. E per entrare in scena bisogna "saper vivere".
PERSONA VS. PERSONAGGIO
(Freeman vs. Freeman) [interpolazione]

La presenza di Freeman (in quanto sé stesso) nel film garantisce questa interazione reciproca tra vita e cinema. Freeman si mostra personaggio anche nella vita reale (5), vederlo chiamato ad interpretare sé stesso conferma la mia idea che la vita altro non è che una continua interpretazione. Pur essendo persona Freeman non può sbarazzarsi del suo essere "personaggio".
Il personaggio/persona più interessante è però forse quello della cassiera (la meravigliosa Paz Vega (6)), persona a cui Freeman insegna a recitare, o meglio, entrare sul set (e questa si rivela una "lezione di vita").
UN BREVE GIUDIZIO ORGOGLIOSAMENTE SOGGETTIVO SUL FILM
Un film davvero genuino, che si presta ad una parziale derisione (7) proprio per quel voler prendere le "distanze" di cui parlavo prima. Un film semplice, piccolissimo (come è tradizione del cinema indipendente che non vuole sostituire il cinema hollywoodiano ma rappresentarne un'alternativa), che sfiora e si fa sfiorare dalla vita senza forse rendersene nemmeno conto.

Tirando le somme, se volete passare poco più di un'ora in maniera piacevole, ve lo consiglio.


1 In barba alla critica (dalla quale io mi tengo FIERAMEMENTE alla larga), lo dico, la "fallacia affettiva" è inevitabile, l'opera va giudicata anche (non sto dicendo soprattutto, ma ANCHE) in termini dei suoi risultati (quelli emotivi compresi).

L'oggettivismo sfrenato, se usato nel descrivere l'arte, è un ottimo modo di scavalcare tutti gli aspetti più "umani" e "vitali" del cinema. In questo io credo fermamente.
2 Voglio dire che sì tali reazioni non possono fornirci un giudizio oggettivo del film, ma sarebbe anche piuttosto inutile, oltre che estremamente difficile, sbarazzarci delle stesse. Ho pianto durante quella scena? Sarebbe bello analizzarne i motivi. Credo che quello del pianto sia un "momento" cruciale, per pochi istanti la vita "cinematografica" diventa anche la nostra. Non è una cosa da sottovalutare, forse.
CONSIDERAZIONE INUTILE: a me Chaplin fa piangere.
3 Ne riparlo nel paragrafo sotto.
4 Questo è una reazione del cinema, più che una sua azione. La vita entra brutalmente nello schermo e ciò che vi sta dietro, in qualche modo, "restituisce lo schiaffo".
5 A questo punto vi starete chiedendo "ok che Freeman interpreta sé stesso, ma non è comunque il personaggio di un film?".
6 Non voglio dire cose indicibili, dunque evito. Solo: Gesù.
7 E voi deridete i derisori: deridono loro stessi.

18/04/08

Gerry (Gus Van Sant)


Uno dei più bei film che io abbia mai visto.
Come sbirciare la vita dal buco di una serratura.
Una libidine estetico/metafisica degna del miglior Béla Tarr.

12/04/08

In amore niente regole

FOOTBALL DAYS



Questo "in amore niente regole" (1) è tutto quello che non volevo che fosse [è giusto premettere che mi aspettavo molto da questo film]. Nei primi minuti la mia speranza era quella di trovarmi di fronte ad un nuovo "Radio Days", ma ammetto di essermi fatto ingannare dalla colonna sonora [una meraviglia (2)] e dalla confezione [solo apparentemente] ridanciana.
Il problema principale dell'opus numero tre di Clooney [di cui ho apprezzato oltre ogni mia aspettativa il magistrale "Good night and good luck"] è la sua raffinatezza senza cuore [di chiara matrice soderberghiana]. Operazione interessante sulla carta ma a conti fatti decisamente inumana, fredda, arzigogolata.
Un cinema che punta al cervello più di quanto non possa sembrare perché troppo "costruito" [e le costruzioni troppo evidenti sono sia facili da smascherare che poco inclini a "trascinare"].
Nonostante questo non me la sento di sconsigliarvelo, anzi, il film è decisamente piacevole [e a tratti molto divertente] e non mancherà di piacere ai nostalgici [seppur i rimandi al passato siano totalmente privi di affetto].

Continuo ad ammirare Clooney, il suo sguardo politico [che anche in questo film si palesa in maniera nemmeno troppo velata], la sua innegabile intelligenza [che qui forse si diverte un po' troppo a mostrare], quello che chiedo è un po' di cuore in più.
Ripeto, piacevole, ma decisamente innecessario (3).

1 sigh!
2 se solo il film avesse seguito maggiormante la strada intrapresa "musicalmente"... (sigh!)
3 a conti fatti, non mi riesce non considerarlo un esercizio di stile

08/04/08

Gone baby gone (considerazioni parziali e del tutto casuali)


GONE BABY GONE COME PARADIGMA DELLA FIDUCIA
La questione principale che il film ci pone è "per chi agiamo"? Non che non ci sia più un vero "perché" nelle azioni compiute dai personaggi del film, ma queste sono sempre sottese (1) al soggetto verso cui sono rivolte. Sarebbe meglio parlare di "reazione" piuttosto che di azione. Le reazioni in "gone baby gone" sono (quasi) tutte di stampo fortemente "fiduciario".
Si agisce "per qualcuno" (Patrick, un Casey Affleck "
con lo sguardo fisso di chi non sta scherzando" (2), per Helene, madre della bambina dispersa) perché si ha fiducia (3) o "contro qualcuno" (Angie/Monaghan in conseguenza alla scelta di Patrick) perché quella fiducia è svanita nel nulla (4).
Affleck riscopre la bellezza del "dono" della fiducia in un mondo che non concede più di darne (anche perché difficilmente se ne riceve). Dubitare sempre, per quanto possa essere necessario, è comunque un suicidio morale.
LA SCELTA COME "LUOGO" DI RIFLESSIONE
Mi rendo conto che, a livello logico, quanto sto per dire non funziona.
Reazione a catena: la fiducia ha causato la scelta (5), la scelta produce degli effetti, gli effetti generano una riflessione sulla scelta fatta precedentemente, questa riflessione agisce in modo più o meno diretto sulla fiducia. Casey Affleck nel finale,
su quel divano (6), compie la sua definitiva riflessione sulle azioni compiute: tutti i risultati delle stesse sono davanti ai suoi occhi. Il divano è il luogo dove la scelta prende effettivamente forma. Il divano è la scelta stessa, il luogo della riflessione.
INTERCONNESSIONI TRA MONDO INFANTILE ED ADULTO: PROTEZIONE "EPIFORICO/EVOCATIVA" (7) DEL FANCIULLO, DEGENERAZIONE "INVASIVA" DELLA STESSA

Fase uno: i bambini sono "da proteggere".

Fase due: i bambini sono "da proteggere" ad ogni costo.
Fase tre: i bambini sono "da proteggere" ad ogni costo e senza tener conto della loro "volontà".

Fase dimenticata: proteggere i bambini dalla stessa mania protettiva.
IL PESSIMISMO DI FONDO NON GARANTISCE UNA DISTRIBUZIONE IN UN PAESE (IL NOSTRO) CHE HA BISOGNO (SPECIALMENTE ORA) DI CHIUDERE GLI OCCHI PER CONTINUARE A SORRIDERE
Devo aggiungere altro?
IL FINALE: UNA QUESTIONE METONIMICA
Il (superbo) finale di "Gone baby gone" è una metonimia (8) (9).

Tutta la riflessione del film si è trasferita nel finale (un "dettaglio", se vogliamo), la rappresenta per intero (ma solo perché questa esiste e può essere "evocata").
IL GESTO "AFFLECKIANO" (NASCITA DI UN AUTORE)
Affleck non mi sembra affatto quello che chiamerei un autore "anonimo". Lascia il segno del suo sguardo in questo film (senza quella particolare "ansia" che ci si aspetta in un'opera prima).
L'inquadratura dall'alto spesso viene controbilanciata da un'inquadratura "verso" l'alto: per quanto possiamo guardare il mondo dall'alto e giudicarlo moralmente dobbiamo poi scendere per lasciarci giudicare da qualcun altro. La sequenza dello "scambio" è confusa quanto lo sguardo umano di fronte alla verità. Ben Affleck ha girato un film a dir poco stupefacente.

1 più o meno la stessa relazione che vi è tra l'arco e la corda nella circonferenza

2 Sergio Sozzo
3 al di là delle regole morali che ci autoimponiamo
4 semplice no come meccanismo? proprio per questo lo trovo fortemente inchiodato alla realtà
5 la scelta, per quanto la si leghi spesso ad un processo che "causa" è spesso e volentieri anche un "effetto", a sua volta causa di altri effetti (non sempre piacevoli...)
6 non voglio approfondire per non essere spoileroso
7 qualcosa che ha a che fare con la preghiera, a grandi linee
8 metonimia del tipo "contenente per contenuto" e al contempo del tipo "concreto per astratto", e ho anche praticamente esaurito ciò che avevo da dire in questo paragrafo...
9 non è più specificamente una sineddoche, come ero propenso a pensare in prima battuta, non è "una parte per il tutto", è già "il tutto" proveniente da un trasferimento concettuale

07/04/08

David Lynch non perde la testa

DAVID ON DAVID


"A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio, a David Lynch interessa l'orecchio" (David Foster Wallace)

05/04/08

Gone baby gone (prime considerazioni)


Datemi tempo di ricucire i pezzi di stoffa tagliente che questo straordinario film mi ha gettato in faccia, e poi ne parliamo.
Quello di Affleck è un cinema morale, antropologico, simbolico. Un cinema che ti scuote da dentro. Un cinema che punta il suo sguardo sull'uomo e ne disegna i lineamenti con mano rigorosa e cuore vibrante. Un cinema che ci parla della fiducia: dalla speranza/illusione di poterne avere sempre, passando per la bellezza del sapersi "fidare ancora" e finendo con la triste realtà di un mondo che non concede di aver fiducia neppure per un istante.
Sono ancora a pezzi.
Per ora vi dico solo: andatelo a vedere, assolutamente.

03/04/08

Juno (Jason Reitman)


[un post pieno di note scritto in stato di ubriachezza palese]
Non ci credo. Mi aspettavo qualcosa dal
postmodernismo cinematografico quest'anno, e quel "qualcosa" tardava ad arrivare (Cloverfield e Redacted ci andarono vicini, a dire la verità). Insospettabilmente, quasi "di nascosto", vuoi vedere che questo "Juno" è il primo film postmoderno dell'anno? (1)
Alcune considerazioni a caso:

- "Juno" non è un film "fatto per farsi piacere" (2), "Juno" nasce con la consapevolezza di piacere (3, 4).
- "Juno" non concede relax, l'incedere dei dialoghi è uno zapping forsennato e continuo applicato ad una tv con duecento canali. "Juno" vuole escludere che voi abbiate la possibilità di distrarvi o che so io, "pensare ad altro". "Juno" non vuole la vostra attenzione, se la prende e basta.
- Il linguaggio di "Juno" è immediato e lo è talmente tanto che sembra quasi non esserci (5), non se ne avverte il peso (6). Quello di "Juno" è un gioco di prestigio incredibile.
- "Juno" non si prende la briga di passare per il cervello, a meno che voi non forziate il "segnale".

- La sceneggiatura di "Juno" è stata partorita da un mega-computer.

- I dialoghi di "Juno" sono più reali della realtà stessa, e si susseguono con una velocità che sfida le leggi della fisica. E sono tutti perfetti.
- Nelle poche pause prive di dialoghi schizofrenici in genere troviamo la classica inquadratura "rarefatta", con la casetta e il giardino e la stradina e
tuttoilresto (7), ma improvvisamente ecco che in campo entrano ragazzi che corrono in "tenuta da atletica" (8). Tra l'incipit della famiglia Savage (qualcosa di inquietante) e la corsa degli omini che saturano improvvisamente il quadro in Juno comincio a pensare che nel cinema indipendente si nascondano tracce di postmodernismo IN OGNI ANGOLO, e ho voglia di vedere almeno un paio di tali film al giorno (9).
- La colonna sonora di "Juno" NON è ricattatoria (e in generale "Juno" è un film onestissimo, ti fotte -un po' come fa la vita- senza lasciarti possibilità di imputarargli delle colpe).

- I personaggi di "Juno" sono costruiti in maniera tale che dovranno piacervi TUTTI (10).

- Mi sono innamorato di Ellen Page.

- Ultimo e importante: "Juno" con l'aborto non ci azzecca proprio un cazzo (11). Strumentalizzare l'arte è qualcosa di odioso. Questo è cinema, punto.
Bisognerebbe scriverne una recensione, di questo "Juno", ma io ho sonno.

1 ed è anche un film indie, ma questo lo sospettavate già...
2 odio questa espressione, o almeno, mi odio per averla usata.
3 proprio per questo molti diranno "non mi è piaciuto": non è bello ammettere di essersi lasciati fottere (e non c'è via di scampo, "Juno" vi fotte, opponete pure tutta la resistenza ed il vostro snobismo del cazzo, se ne avete, niente da fare).
4 obiezione: "ma allora anche talune commediole italiane..." "respinta!" e non credo di dover anche spiegare il perché....
5 cosa che sarebbe ultra-sconvolgente!
6 ed è proprio questa la grande "inculata", se mi passate il termine
7 quella che amiamo definire "cose alla Sundance"

8 avrò gli incubi questa notte. ha rovinato il mio immaginario, tutto ciò.

9 agli esperti in materia: fuori i titoli, cazzo!

10 forse non è pienamente riuscito, questo punto, ma ci andiamo davvero vicini

11 capito, brutto grassone?

E Unibus Pluram: Gli scrittori americani e la televisione

"I veri futuri "ribelli" letterali in questo paese potrebbero benissimo emergere come uno strano gruppo di antiribelli, guardoni nati che osano in qualche modo rifiutare il ruolo di spettatori ironici, e che abbiano l'infantile faccia tosta di essere sostenitori e rappresentanti di una serie di principi privi di doppi sensi. Che semplicemente si occupino dei problemi e delle emozioni poco trendy della vita quotidiana americana con rispetto e convinzione. Che rifuggano dall'artificiosità, da quella forma di stanchezza annoiata che fa tanto "in". Questi antiribelli sarebbero fuori moda, sarebbero sorpassati, chiaramente, ancor prima dell'inizio. Morti in partenza. Troppo sinceri. Palesemente repressi. Retrogradi, antiquati, ingenui, anacronistici. Forse sarà proprio quello il punto. Forse è proprio questa la ragione per cui saranno i veri ribelli del futuro. Perché i veri ribelli, per quanto ne so, sono pronti alla disapprovazione".
(David Foster Wallace, "Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più", P. 104)