21/12/10

Bellamy

di Claude Chabrol [***]


Bellamy è la storia di un investigatore al suo tramonto ed anche la storia del tramontare dell'investigazione come ricerca della verità; non c'è ricostruzione del fatto o svelamento del mistero ma una disseminazione di dubbi, un accumularsi di punti di vista sovrapposti/contrapposti, storie menzognere o comunque non verificabili. Chabrol costruisce quest'ultima storia decostruendo Paul Bellamy, commissario che cerca dentro di sé nella sua investigazione "a titolo privato" (che non ha alcuno scopo dimostrativo o performativo), portando a galla ciò che è dietro l'apparenza (il suo apparire gonfio di felicità e fortuna aprioristica). Ed è proprio il privato di Paul Bellamy il motore del film, il rapporto turbolento con suo fratello, apparente antitesi di Paul e mimesi della sua fragilità (che il commissario riesce a celare, ma è una maschera che crolla dal suo volto mentre si denuda davanti allo spettatore in una dolente confessione alla moglie). Non è importante mettere a fuoco il dato di fatto o ciò che appare, perché c'è sempre dell'altro (più o meno sotterraneamente): è importante non smettere di cercare quell'altro.

10/12/10

The limits of control

di Jim Jarmusch [****]

"I used my imagination"


The limits of control è un universo filmico dominato da un'armonia sregolata, dove l'effetto non ha necessità di causa né tantomeno la mostra prima, semplicemente, di verificarsi; è la pura devastazione di ogni forma di determinismo. Un cinema del viaggio, dove il moto è riproposizione insistente di riti ("two espressos in separate cups"), formule, gesti, visioni e atti minimali, un moto sommerso nel silenzio, nella persistenza e nella meditazione, che tocca nel profondo la significativa insignificanza delle cose: "la vida no vale nada". Quelli che traccia Jarmusch sono circoli virtuosi, dove l'estinguersi di ogni meta successiva è come una nota nella memoria di una chitarra, la traccia di un bruciarsi del passato, di un passaggio. Isaach de Bankolé, una scheggia dispersa nello spazio, si priva di ogni possibile direttiva e delibera il trionfo dell'immaginazione sul controllo, conquista il suo foglio bianco, quello su cui poter scrivere la propria realtà. Esperienza di immersione nell'audiovisivo sconquassante, la visione di the limits of control muove sensazioni duali, perché nell'arco della sua durata potrebbe accadere qualunque cosa in qualsiasi momento mentre si percepisce il persistere dell'evidenza che non stia accadendo nulla. Nulla di apertamente significante, almeno, ma proprio per questo ancor più significativo, perché è un significazione che non si cerca (né si trova) ad ogni costo ma che si vive, in ogni piccolo, apparentemente inutile, passo. Forse si tratta di seminare la propria esistenza sull'arte anziché sulla logica.
Devastante.

02/12/10

L'illusionista

di Sylvain Chomet [***]

LE ILLUSIONI DEI NOSTRI PADRI
La vecchia storia della modernità. L'inesistenza della magia come presa di coscienza dolorosa, dolore che assume le sembianze di un treno: bisogna sgombrare la strada e fare posto. E mentre Tatischeff si allontana, e con lui un intero mondo destinato a sprofondandare nel ricordo, sorge spontaneo un interrogativo, altrettanto dolente: sapremo essere genitori?

Il maledetto United

di Tom Hooper [***]

Dare una forma alle proprie ossessioni.