Bellamy
di Claude Chabrol [***]


Bellamy è la storia di un investigatore al suo tramonto ed anche la storia del tramontare dell'investigazione come ricerca della verità; non c'è ricostruzione del fatto o svelamento del mistero ma una disseminazione di dubbi, un accumularsi di punti di vista sovrapposti/contrapposti, storie menzognere o comunque non verificabili. Chabrol costruisce quest'ultima storia decostruendo Paul Bellamy, commissario che cerca dentro di sé nella sua investigazione "a titolo privato" (che non ha alcuno scopo dimostrativo o performativo), portando a galla ciò che è dietro l'apparenza (il suo apparire gonfio di felicità e fortuna aprioristica). Ed è proprio il privato di Paul Bellamy il motore del film, il rapporto turbolento con suo fratello, apparente antitesi di Paul e mimesi della sua fragilità (che il commissario riesce a celare, ma è una maschera che crolla dal suo volto mentre si denuda davanti allo spettatore in una dolente confessione alla moglie). Non è importante mettere a fuoco il dato di fatto o ciò che appare, perché c'è sempre dell'altro (più o meno sotterraneamente): è importante non smettere di cercare quell'altro.


