20/09/11

Carnage

di Roman Polanski [*** 1/2]



Carnage è un film fatto di disvelamenti innescati con un perfetto meccanismo a orologeria, dove l'innesco è forzato dalla reclusione dei quattro personaggi in una trappola spaziale (le mura). Incastonati sapientemente in inquadrature chiastiche a seconda delle ricombinazioni che il conflitto presenta (le "alleanze" vengono riscritte nell'arco del film), le due coppie borghesi distruggono progressivamente la loro messa in scena (il tatto, la cortesia sovra-esposta, le convenzioni) e annegano nel whisky le proprie maschere, esponendosi (ed esponendoci) all'isteria da repressione dei propri istinti che - lentamente ma ferocemente - implode. Insomma il borghese in Carnage è personaggio colmo di ferocia latente che fa di tutto per darsi un contegno, il suo rinnegare la violenza non è che un meccanismo di facciata, di conformazione, che porta inesorabilmente al micidiale conflitto fra interno ed esterno. Proprio quando l'interiorità si manifesta con essa viene a galla la violenza borghese, aggressione fonica e oggettuale (proprio le aggressioni agli oggetti altrui sono cruciali, giacché questi oggetti rappresentano intimamente per sineddoche o i personaggi - vedi il cellulare - o alcune tipiche costruzioni di messa in scena - vedi i tulipani; ed è qui che tutta l'ipocrisia borghese salta all'occhio, quel "vorrei alzarti le mani ma le regole del gioco non me lo permettono", specie dopo che la regola principale del gioco - la condanna morale della violenza - era stata istituita dai personaggi all'inizio del loro incontro) infantile quanto l'oggetto (principale, o almeno originario) del contendere. Le prediche non sono altro che lavatrici di coscienza.
Strepitoso film di guerra sotto le superfici questo di Polanski, agitato da una tensione crescente e palpabile (fino all'anticlimax del superbo finale). Il quartetto di attori è - essenzialmente - spaziale.

15/09/11

L'ultimo terrestre

di Gipi [**]


La prima fatica cinematografica di Gipi avrebbe forse necessitato di una struttura solida sulla quale poggiare l'obliquità, invece pare spesso un susseguirsi di idee - talvolta davvero ottime (la prostituta con le tariffe diversificate a seconda della professione del cliente) - che si accontentano di farsi additare come "strane" e "diverse" senza che questa stranezza però interagisca davvero con la nostra (presunta e così-definita) normalità, le risponda, vi instauri un dialogo. Operazione - per esempio - riuscita alla perfezione nell'ottimo long take d'apertura dove, tramite conversazione radiofonica, un dirigente del Cesena si lamenta dell'imminente invasione aliena perché penalizzerà le piccole squadre che non potranno permettersi di comprare questi alieni - presumibilmente molto costosi - sul mercato; quasi una "maccheroni" War of the Worlds.
Difficile però non voler bene a questo film, anomalo nel panorama nostrano, sperando che da questa strada - magari con più coraggio nell'affondare il coltello nelle meccaniche popolari - si possa sviluppare in futuro qualcosa di davvero disarcionante.

Terraferma

di Emanuele Crialese [* 1/2]


Il film inizia come meglio non potrebbe, con quei passaggi della "Santuzza" sopra ai relitti, segni di un imminente contatto/scontro davvero di una forza penetrante. Purtroppo poi il film abbandona questa strada allusiva per percorrere un binario monodirezionale che asfissia i personaggi e li priva di respiro, non ci concede più alcun dubbio sui loro gesti, sulle loro parole, su quali possano essere le motivazioni profonde che li animano (esemplare sotto questo punto di vista la scena in cui i finanzieri requisiscono la barca: Crialese non si prende cura dei personaggi, i finanzieri sono esecutori monodimensionali). Ciò che manca a terraferma è lo spessore umano, un deragliamento repentino, la flessibilità, l'abbandono della didascalia (ho fatto davvero fatica a trovare un briciolo di umanità nella scena in cui i corpi approdano sulla spiaggia). Di contro Crialese si dimostra un cineasta sempre in sintonia con gli elementi naturali (specialmente con l'acqua, bellissime - come sempre - le "immersioni"), ma questo non basta, non può bastare.

14/09/11

Super 8

di J.J. Abrams [***]


Ci sono due film in Super 8 di J.J. Abrams che finiscono col sovrapporsi e collimare nelle intenzioni: il film amatoriale dei ragazzini e - ovviamente - tutta la struttura che lo contiene. Come Abrams i ragazzini girano, coi propri mezzi (e ovviamente quelli di J.J. Abrams sono ampiamente maggiori, ma più dei mezzi qui conta l'affetto), il film che ri-produce i propri film del cuore. Super 8 si propone quindi come ritorno al passato, rievocazione dall'occhio nostalgico di un narrare ingenuo (viene da chiedersi se l'esposizione dell'ingenuità possa considerarsi altrettanto ingenua, come operazione), quasi un racconto-culla dentro il quale dondolare lo spettatore, una fiaba audiovisiva dal cuore spielberghiano. Un cinema, questo, che cerca di inabissare gli occhi in una sorta di sospensione magica, e anche se non ci riesce pienamente il tentativo è di quelli che commuovono.